Lo Hobbit – La desolazione di Smaug (2013)

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hobbit2Chi: Arriva nelle sale il secondo capitolo della seconda trilogia di Peter Jackson dedicata a Tolkien e alle sue opere. “La desolazione di Smaug” segue di un anno “Un viaggio inaspettato” e precede quella che sarà la conclusione di questa nuova saga a dicembre del 2014 con “Racconto di un ritorno”.

Cosa: Continuano le avventure di Bilbo, Gandalf e la compagnia di nani alla riconquista del regno di Ereborn e dei suoi tesori in una lotta costante contro i mali sempre più oscuri che attanagliano la Terra di Mezzo. Lo sviluppo della narrazione è del tutto simile al primo capitolo della trilogia: un crescendo di avventure incredibili culminano in una parte finale epica e molto ben riuscita. Come lo scorso anno il film è appesantito da un minutaggio eccessivo e spesso inutile che si fa sentire soprattutto nella prima parte del film. Inutile ribadire quanto il suo vero handicap sia stato quello di spalmare una storia obiettivamente breve in 9 ore complessive di durata. Tutto scorre molto lento, con una dovizia di particolari encomiabile ma a conti fatti spesso inutile e ridondante. Rispetto al primo capitolo l’azione è maggiore e molto più presente e non ci si annoia praticamente mai. Tante continuano a essere le differenze con l’opera letteraria e il richiamo al Signore degli anelli è sempre costante. Il lavoro principale di Jackson (solo il terzo capitolo saprà dirci se il tutto risulterà davvero ben realizzato e coerente) è stato contornare la storia principale con numerosi elementi e sottotrame che richiamassero alla memoria la saga precedente (Sauron, Legolas, l’unico anello). La realizzazione è sublime e visivamente spettacolare, il 3D giustificato da una resa scenica e una regia perfetta e ben riuscita che valorizza la magnificenza delle ambientazioni e l’incredibile dettaglio delle scene d’azione. Il regista muove la sua telecamera con maestria, regalandoci sequenze incredibili da lasciare estasiati e a bocca aperta. Smaug è di una bellezza e cura sconvolgente e le scene che lo vedono protagonista valgono da sole l’intero prezzo del biglietto. A dieci anni di distanza è lecito chiedersi quanto incredibile sarebbe stata la trilogia originale – già visivamente eccelsa e ancora oggi magnifica – girata con le tecnologie utilizzate per Lo Hobbit.

Quindi: Un buon film con una realizzazione tecnica e registica che rasenta la perfezione. La storia purtroppo è quella che è: per 3 ore ci si chiede il perché si sia voluto allungare in modo così eccessivo il brodo di una vicenda che sarebbe stata perfetta sui due film inizialmente previsti.

Più: Il 3D è veicolo perfetto per sequenze d’azione ed effetti speciali magnifici, conditi da tutta l’epicità che la saga è sempre riuscita a regalare
Meno: Eccessivamente lento e lungo

Voto: 7

PS: Con questa recensione volevo augurare a tutti voi un felice e sereno Natale. Le Caverne non si fermeranno di certo. A presto con nuove chicche. Tanti auguri!

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House, M.D. (2004-2012)

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house_mdChi: Creata da David Shore e Paul Attanasio e con un magistrale Hugh Laurie come protagonista, la serie ha avuto un grande seguito in patria ed è stata probabilmente l’ultimo grande successo seriale americano nel nostro Paese, capace di fare ascolti record anche su una rete “difficile” come Canale 5. Il seguito italiano, complice la diffusione sempre più massiccia di download e streaming, è andato via via scemando, senza però intaccarne la continuità della messa in onda, che prosegue ancora oggi con numerose repliche in chiaro e sul satellite.

Cosa: House, M.D. si colloca a metà strada tra medical drama e procedurale criminologico di classico stampo americano. Se l’ambientazione è quella ospedaliera classica con pazienti, dottori e malattie, lo sviluppo delle storie segue lo stilema classico del caso di puntata, con i medici impegnati a risolvere la misteriosa patologia del malato con modi del tutto simili a quelli dei più svariati serial polizieschi (indagini e raccolta prove – ipotesi – errori  -intuizioni geniali – risoluzione). Ad essere raccontate sono le vicende del Dr House e del suo multiforme team di collaboratori all’interno di un’immaginaria struttura ospedaliera del New Jersey. La struttura è sempre riconoscibile e l’intreccio si dipana quasi sempre allo stesso modo: questo non ha comunque impedito agli autori di sviluppare con coerenza e a piccoli passi una trama orizzontale solida e ben strutturata, concentrata su House e gli altri protagonisti. Grazie al sapiente utilizzo degli elementi a disposizione e alla bravura dei protagonisti la serie ha mantenuto intatte – pur se con qualche calo fisiologico – tutte le sue qualità, senza mai perdere mordente, rivelandosi sempre avvincente e divertente pur in tutta la ripetitività insita nei suoi meccanismi di base. Non sono mancati episodi speciali, con meccaniche e ambientazioni diverse, tutti qualitativamente eccelsi e splendidamente realizzati. L’elemento che però più di tutti ha permesso alla serie di raggiungere un seguito così ampio è stata probabilmente la complessità del protagonista e la bravura di Laurie nel rendere credibili e drammatiche le sue evoluzioni fisiche e psichiche. Quella di House è stata una figura a lungo discussa, anche a livello morale ed etico; non è un personaggio del tutto negativo, anzi, le sue azioni non sono malvagie ma indirizzate verso il bene (la cura dei pazienti), ma la sua moralità e le sue azioni sono sempre ai limiti della negatività. Il personaggio rifugge volontariamente ogni canone del tipico medico televisivo amorevole e comprensivo verso i pazienti, egli pensa sempre e solo a se stesso, al suo ego e alla sua genialità, il suo rapporto con i malati è semplicemente di tipo intellettivo e mai empatico o sentimentale. La sua misoginia, il suo pessimismo, il cinismo, il suo handicap e il sistematico uso di droghe per combattere il dolore ne hanno fatto uno dei personaggi più influenti – e complessi – della storia televisiva di tutti i tempi.

Quindi: Uno dei pochi prodotti con trama fortemente verticale che è riuscito a mantenersi di alta qualità lungo tutto il suo arco narrativo. L’ironia, i toni spesso fortemente drammatici, un protagonista perfettamente multisfaccettato e un grandissimo Hugh Laurie sono tra gli elementi che rendono piacevole ancora oggi vedere – e rivedere – tutte le 8 stagioni della serie.

Più: Ottimo equilibrio tra trama verticale e orizzontale; attori di grande livello; temi etici e morali discussi con acume e profondità
Meno: A volte troppo ripetitivo e poco realistico

Voto: 8

Ligabue – Mondovisione

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Ligabue Mondovisione albumChi: In tempi di magra musicale e nell’attesa di recuperare nuovi film e serie tv mi ritrovo ad ascoltare l’ultimo disco del “sempreverde” Ligabue, vero divora classifiche del nostro Paese insieme al suo eterno rivale Vasco Rossi.

Cosa: Star qui a parlare del vistoso calo qualitativo delle musiche di Ligabue lungo gli ultimi 10 anni è sport preferito di chiunque abbia apprezzato uno dei suoi storici album del passato. Una parabola discendente che continua la sua corsa vertiginosa verso il basso con un disco che, a conti fatti, più che brutto risulta anonimo ed un poco insulso. Mai a fuoco, discontinuo e spesso irritante, si nutre di musicalità pop e melodie solo raramente apprezzabili, con scelte musicali e arrangiamenti mai del tutto riusciti. I testi alternano tematiche intime e personali con fiacchi pseudo-ritratti sociali. Quelli più personali sono i brani dalle liriche più riuscite, ma dove il testo è buono a scarseggiare sono spesso la melodia e l’arrangiamento; viceversa quando la melodia si fa ascoltare, testi e arrangiamenti toppano terribilmente. Le canzoni quasi totalmente riuscite si concentrano tutte lungo la parte finale del disco, ma non riescono a risollevare le sorti di un album nato e sviluppato malissimo. Ispirazione ai minimi storici e stile senza alcuna direzione precisa. Il disco appare come uno schizzo deforme di suggestioni musicali buttate quasi a caso: nel tentativo di scrollarsi di dosso lo stile chitarristico del passato si è arrivati ad un compromesso che non ha più alcuna identità precisa e fa acqua da tutte le parti.

Quindi: Qualche canzone decente non risolve un album generalmente pessimo e senza identità alcuna. Un tempo, pur in tutta la sua ripetitività, Ligabue proponeva dischi pop-rock onesti e con brani ben riusciti; ora, alla ricerca dell’originalità, vengono fuori dischi carichi di suoni ma totalmente privi di senso musicale.

Più: La terra, amore mio; Per sempre; Ciò che rimane di noi
Meno: Arrangiamenti troppo carichi, melodie insulse e mai veramente coinvolgenti

Voto: 4.5

Guy Delisle – Cronache di Gerusalemme (2011)

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CRONACHE-DI-GERUSALEMME001Chi: Uno dei più grandi esponenti del graphic journalism, testimone di realtà diverse e spesso lontane. Dopo Shenzhen, Pyongyang e Cronache Birmane Guy Delisle ha dato alle stampe Cronache di Gerusalemme, racconto di un anno vissuto dall’autore al seguito della moglie e di Medici senza Frontiere nella città tartassata dallo scontro e dalle divisioni tra ebrei e arabi. Il fumetto ha vinto il premio come migliore opera al “Festival international de la bande dessinée d’Angoulême”, il più grande evento fumettistico d’Europa.

Cosa: Da Agosto 2008 a Luglio 2009, un viaggio lungo un anno attraverso le infinite contraddizioni di una terra bellissima ma ferita nel suo orgoglio più profondo dai conflitti infiniti della sua gente. Il fumettista canadese si muove con occhio curioso e attento e fotografa il meglio e il peggio della realtà che lo circonda. Il suo vuole essere un racconto di fatti e luoghi, di popoli e culture millenarie. Delisle è protagonista stesso dei fatti che racconta, testimone spaesato, insieme alla sua famiglia e alle tante persone che incontrerà lungo il suo viaggio, di un mondo che credeva diverso e che lo sorprende – in negativo e in positivo – ogni giorno di più. A prevalere non sono valutazioni e pensieri critici, ma ironia e humor, sempre delicati e mai fuori luogo. Lo stile dell’autore è semplice e lineare, le tavole hanno una suddivisione precisa e simmetrica e il disegno è semplice e quasi fanciullesco. Molto curate le rappresentazioni visive dei luoghi simbolo della città e del suo ormai tristemente famoso muro, vera fissazione dell’autore e filo conduttore immaginario di tutta l’opera. La struttura narrativa è simile a quella del più classico diario, con lo scorrere dei mesi a scandire il tempo della storia e gli eventi narrati suddivisi in momenti di diversa lunghezza e importanza, sempre in bilico tra vita quotidiana e grandi tematiche.

Quindi: Un documento giornalistico interessante e ben curato, in bilico tra leggerezza e temi più seri e scottanti. A prevalere è lo stile di un autore bravo e curioso, capace di trasmettere sensazioni e stati d’animo senza alcuna forzatura. Forse troppo lungo e ripetitivo, ma istruttivo ed esaustivo.

Più: Giornalisticamente sublime, semplice e ben raccontato
Meno: Troppo lungo e con un racconto che alla lunga risulta sempre tutto uguale.

Voto: 7 

Sons of Anarchy – Stagione 6

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Season-6-Wallpaper-sons-of-anarchy-35519791-1600-1200Chi: Creatura di Kurt Sutter (già sceneggiatore e produttore di The Shield) nata nel 2008 e giunta alla sua penultima stagione dopo 5 anni di amori, tradimenti, sangue, omicidi, personaggi discutibili e tanta criminalità. Serie spesso snobbata ma realizzata incredibilmente bene, frutto della genialità di un autore che crede visceralmente in quello che fa e non si vergogna di miscelare elementi da potente intreccio amoroso con storie di ordinaria criminalità e fuorilegge incalliti. Liberamente ispirata alle dinamiche dell’Amleto di Shakespeare.

Cosa: Stagione altalenante che apre magistralmente la strada ad un finale da cui, ad oggi, non si sa ancora bene cosa aspettarsi. La narrazione ha vissuto fasi altalenanti, con un inizio poco chiaro e senza una direzione precisa, per poi riprendere rapida come un treno verso un finale incredibile e devastante. Motivo dell’iniziale intoppo è stato probabilmente l’addio al cast di quello che doveva essere il vero antagonista di stagione, quel Lee Toric lanciato durante gli ultimi episodi della quinta stagione e uscito inaspettatamente di scena dopo pochi episodi (Donal Logue ha infatti abbandonato la serie per altri impegni). Sutter ha così preso in mano una stagione mai veramente cominciata e ha rimescolato sapientemente le varie storyline messe sul campo: è stata data una decisa sterzata a tutte le cose lasciate in sospeso ed un’improvvisa accelerata al susseguirsi di eventi importanti. Mai una stagione di Sons of Anarchy aveva corso così tanto, mai così tanti eventi importanti si erano susseguiti con tale velocità e schizofrenia. E il tutto non è apparso per nulla stonato o fuori luogo, anzi, ogni evento era là esattamente dove doveva stare. Le basi solide e inattaccabili che la serie è riuscita a costruisti con il passare delle stagioni hanno permesso agli autori di gestire un intreccio infinito di eventi importanti. E’ stata la stagione dell’addio del bravissimo Ron Perlman e del suo Clay, un evento rimandato nelle ultime stagioni e finalmente arrivato, ma anche della tragica morte di Tara per mano di Gemma, evento inaspettato che ha regalato un colpo di scena da straziare il cuore e lasciare senza fiato. Ma è stata una stagione importante per tutti i protagonisti, per Jax e tutto il club, nel disperato tentativo di uscire dall’illegalità e dal terribile traffico d’armi, tra passaggi di testimone sofferti e spargimenti di sangue inevitabili. Impossibile riassumere quanto successo lungo quest’arco narrativo in poche righe, ma significativa è stata l’evoluzione di Jax come padre e come leader del suo gruppo, sino a quella scelta sofferta di consegnarsi alle autorità per garantire un reale futuro ai suoi figli, salvo poi vedere il tutto sfumare con il terribile omicidio finale. Per il resto questi ultimi 13 episodi mantengono totalmente inalterati stile narrativo e di contenuti, montaggi musicali a inizio e fine episodio, colonna sonora da mozzare il fiato, sparatorie e inseguimenti, violenza gratuita sparsa qua e là e humor nero a palate. Innegabilmente, con l’avanzare degli episodi, questa tragedia di chiara ispirazione shakespiriana sta raggiungendo il suo apice e ci sta facendo capire un messaggio chiaro e ineluttabile: il male che è fuori è solo lo specchio dei demoni che abbiamo dentro, si può tentare di sfuggirvi o di cambiare, ma essi torneranno sempre e la situazione non farà altro che peggiorare e distruggere tutto quello che avevamo invano tentato di costruire. La tragedia vera è solo all’inizio.

Quindi: Più che una stagione di raccordo un insieme di eventi imprescindibili per arrivare alla conclusione definitiva delle vicende della banda di motociclisti più violenta del mondo. Sutter è scrittore viscerale, follemente innamorato della sua creatura e dei suoi personaggi: spesso sembra un folle guidato solamente dal cuore e dal suo istinto primordiale, ma è innegabile la sua magistrale abilità nello scrivere e costruire dinamiche e intrecci avvincenti ed emozionanti. Trepidante attesa per l’atto finale.

Più: La serie mantiene inalterati i suoi elementi caratteristici; un finale di stagione inaspettato e carico di pathos.
Meno: Un inizio di stagione incerto e non all’altezza.

Voto: 8.5

La mafia uccide solo d’estate (2013)

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locandina-2Chi: Esordio cinematografico dietro (e davanti) la macchina da presa e alla sceneggiatura per Pif, dopo le illuminanti esperienze alle Iene e ad Mtv come autore e unico protagonista de “Il testimone”, una delle trasmissioni televisive più riuscite degli ultimi anni. Sorpresa vera al box office, ha saputo sapientemente fare suo quel brutto periodo prefestivo che quest’anno è intercorso tra l’exploit di Zalone e l’uscita dei vari cinepanettoni e film d’animazione natalizi. Il film, a differenza di tutti quelli solitamente girati a Palermo, è stato realizzato senza pagare il pizzo.

Cosa: La mafia uccide solo d’estate è la storia di Arturo, un ragazzino di Palermo il cui destino è da sempre intrecciato con le tristi vicende della sua città e con l’amore non corrisposto per la sua compagna di classe Flora. La pellicola racconta più di 20 anni di storia palermitana tra stragi e omicidi, guerre sanguinose e uomini senza scrupoli. Chi ha avuto modo di guardare almeno una puntata de “Il testimone” noterà per tutti i 90 minuti di proiezione uno stile e una leggerezza perfettamente riconoscibili, vero marchio di fabbrica del PIf degli ultimi anni che, anche quando parla di cose tremendamente serie, non perde mai il suo tocco e la sua brillantezza. E questo film mantiene intatte tutte queste caratteristiche, inserendole in una storia semplice ma perfettamente funzionale ed efficace: un pretesto che inizialmente appare assurdo col passare delle scene acquisisce un valore profondo e significativo. Pif ci conduce dentro le maglie di una storia fittizia che è però immersa in quel mondo tremendamente vero in cui lui stesso è nato ed è cresciuto. Racconta una vicenda che non è solo la sua, ma è quella di una città, di un’isola, di uno stato, di persone che hanno convissuto con un male terribile che ha influenzato e cambiato per sempre la loro esistenza. Il contorno è una pellicola onesta e parecchio divertente, con due piccoli attori bravissimi (molto più delle loro controparti adulte), una prima parte divertente e una seconda un po più fiacca ma comunque efficace che fa strada ad un finale magistrale e da lacrime agli occhi. Molto curata la ricostruzione degli eventi narrati con l’utilizzo massiccio di immagini di repertorio e di alcuni filmati d’epoca rieditati per inserirvi i protagonisti (un po’ in stile Forrest Gump, per intenderci).

Quindi: “Il testimone” diventa film grazie ad una storia leggera e divertente, ma anche tremendamente seria e commuovente. Un lavoro ben riuscito nonostante i tanti difetti che ogni esordio porta con sé. Una pellicola non perfetta, ma che ha il merito di aver riadattato in modo del tutto nuovo ed originale una delle pagine più scure della nostra storia. Complimenti davvero.

Più: Divertente ed emozionante, fresco e originale; finale da brividi.
Meno: La storia perde un po’ di efficacia nella seconda parte.

Voto: 7.5

Moonrise Kingdom (2012)

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moonrise-posterChi: Ultimo film di Wes Anderson, regista e sceneggiatore famoso per “I Tenenbaum” del 2002 e per un bel pugno di film indipendenti apprezzati da pubblico e critica. Cast stellare che annovera, tra gli altri, Bruce Willis, Edward Norton e Bill Murray in ruoli originali e del tutto atipici. Ho volutamente omesso l’obbrobrioso sottotitolo italiano al film.

Cosa: La pellicola si pregia di un’estetica originale e perfettamente riconoscibile: colori vivi e accesi che esaltano location nelle quali la macchina da presa si muove con agilità e ci regala ottime inquadrature e trovate sceniche spesso geniali, accompagnate da una colonna sonora che diventa parte integrante di ogni scena. A conti fatti la trama è il semplice incontro “amoroso” di due piccoli ragazzini problematici che fuggono dalle loro gabbie esistenziali per rinascere a nuova vita insieme. Saranno gli adulti a contrastare questo sogno e a impedire a tutti i costi una relazione ai loro occhi troppo prematura. L’approccio con il quale Anderson ha deciso di narrare una favola relativamente semplice è originale ed azzeccato: i dialoghi sono puntuali e brillanti, le gag squisitamente comiche fanno sorridere, il film diverte e commuove. Il “parco attori” fa della fanciullezza il suo marchio di fabbrica, e a spuntarla su tutta la linea non sono i nomi altisonanti, ma i due piccoli protagonisti e gli altri piccoli attori, in un capovolgimento logico che è il vero punto di forza della pellicola. I ragazzi hanno modi di fare e si comportano come adulti, gli adulti sono degradati a semplici comprimari di ben poca maturità. Nonostante questo tutti i piccoli protagonisti mantengono intatta la loro purezza, che brilla nonostante serissimi tormenti interiori ed un mondo di adulti deformati e di regole impossibili da seguire.

Quindi: Una pellicola dal tocco magicamente leggero per riflettere sul contrasto sempre più labile tra il mondo dei bambini e quello degli adulti. Eccelso a livello estetico, nella sua totale originalità potrebbe però non essere completamente apprezzato.

Più: Idea di fondo magnifica; visivamente sublime.
Meno: Tolti gli elementi di contorno la storia ne risulta un po’ povera e sin troppo semplice.

Voto: 7.5