House of cards – Stagione 1

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Kevin-Spacey-in-House-of-CardsChi: Il primo prodotto originale di Netflix, un servizio americano di streaming a pagamento pronto a rivoluzionare le regole di fruizione dei prodotti televisivi in tutto il mondo. La serie è stata resa completamente disponibile agli abbonati lo scorso 1 febbraio, dando agli spettatori la possibilità di poterne usufruire a piacimento e con la massima libertà. Niente più visione a cadenza settimanale per un servizio che si pone come diretto concorrente dei più importanti canali via cavo statunitensi, non solo per la possibilità di abbonarsi ed avere a disposizione un grande numero di contenuti in streaming e a noleggio, ma soprattutto per la produzione di contenuti originali e di qualità. House of cards sarà probabilmente solo il primo di una lunga serie. Sviluppata e scritta da Beau Willimon, trae ispirazione da un’omonima serie televisiva inglese del 1990 e da un romanzo di Michael Dobbs. Kevin Spacey è protagonista e produttore esecutivo, David Fincher ha diretto i primi due episodi.

Cosa: Frank Underwood (Spacey) è uno spietato politico statunitense che ha attivamente collaborato con il Partito Democratico per l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti. Quando non gli viene però garantita la carica di segretario di stato che gli era stata inizialmente promessa comincerà un gioco di vendetta e potere che vedrà il protagonista fare il possibile per vendicarsi (politicamente) di chi non ha mantenuto la parola data. La partita è tutta giocata su sotterfugi e fini espedienti di potere, in un mondo economico e sociale pervaso dalla corruzione e dall’arrivismo. La narrazione è suddivisa in almeno tre filoni principali. Durante il primo Underwood gestirà personalmente la nascita di una nuova legge sull’istruzione, nel secondo curerà personalmente la candidatura di Peter Russo a nuovo governatore della Pennsylvania, e infine sfrutterà eventi funesti e gravissimi per essere eletto nuovo vicepresidente degli Stati Uniti. Ma ridurre il plot di House of Cards a questi tre piccoli macrotemi risulta riduttivo quanto fallace. La trama del serial è infatti multistratificata e parecchio complessa. Soprattutto inizialmente risulterà molto difficile entrare nel complesso meccanismo della macchina politica a stelle e strisce, dei suoi nomi, delle sue cariche e del suo modo di operare diverso rispetto a quello europeo o italiano. Superato questo scoglio verranno fuori tutte quelle che sono le grandi qualità della serie. Tra colpi di scena ed eventi inaspettati entreremo in empatia con il protagonista e tutto il mondo che egli stesso utilizza e gestisce a suo piacimento. Il personaggio magistralmente interpretato da Spacey è un uomo senza scrupoli, un vecchio politicante capace di qualsiasi cosa pur di ottenere i suoi scopi. Utilizzerà tutte le pedine a sua disposizione e gestirà sottobanco ogni mossa sullo scacchiere presidenziale. Emblematica, in questo senso, è la triste fine di Russo, uomo tormentato e dal passato difficile, prima rilanciato e poi affossato di nuovo sino ad un terribile suicidio simulato dallo stesso Underwood. Colpi di scena ed eventi imprevedibili come questo renderanno il ritmo della narrazione via via sempre più teso e serrato. Grande rilevanza hanno poi i protagonisti. Godono di ottima caratterizzazione tutte le figure femminili, dalla moglie di Underwood, vera sorpresa della serie, alla giornalista Zoe Barnes, prima amante in carriera di Underwood e poi donna tormentata e pronta a smascherare le macchinazioni del politico. I 13 episodi ci mostrano una società costruita sulla menzogna e sul denaro, sul potere economico e sulle lobby, su persone che se non si comportano come squali affogano nello stesso mare di denaro con il quale si sono arricchiti e sporcati. Visivamente il prodotto è cupo e freddo, in pieno stile Fincher, con buoni colpi registici e uno sviluppo di temi e sceneggiatura dal gusto classico. Piccoli colpi di originalità sono gli sms che si scambiano i protagonisti mostrati in tempo reale sullo schermo e il filo diretto che intercorre tra Spacey e il pubblico. Underwood, infatti, si rivolge spesso direttamente allo spettatore e guardando dritto in camera spiega i suoi pensieri, il suo modo di fare, le sue macchinazioni e i suoi piani. Intorno tutto si ferma: c’è lui e ci siamo noi, in un gioco che crea empatia e ci permette di scavare dentro la mente perversa di un uomo altrimenti imperscrutabile.

Quindi: Tante le tematiche affrontate e snocciolate nei modi più disparati, ancora di più i simboli più o meno velati sparsi qua e la lungo il percorso. Straordinaria la caratterizzazione dei protagonisti, buona – anche se a volte eccessivamente complessa e articolata – la trama. House of cards è un ottimo prodotto che non brilla per originalità ma spicca per una trama ben strutturata e ancora tutta da sviluppare. I prossimi 13 episodi (probabilmente gli ultimi) verranno nuovamente resi disponibili in un blocco unitario a febbraio del prossimo anno.

Più: Qualitativamente elevato; Grande interpretazione di Kevin Spacey; Netflix potrebbe seriamente stravolgere il mondo televisivo nei prossimi anni.
Meno: A volte eccessivamente complesso; La storia viene praticamente spezzata a metà, verrà sviluppata nella sua totalità solo con i prossimi 13 episodi.

Voto: 8

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Baustelle – La moda del lento

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baustelle_-_la_moda_del_lento_-_frontChi: A dieci anni dalla sua uscita torna nei negozi di dischi La moda del lento, secondo LP dei Baustelle dopo il bellissimo “Sussidiario illustrato..”. Un modo per rendere omaggio e ricordare un disco atipico, primo passo verso una maturità artistica oggi sotto gli occhi di tutti.

Cosa: Se il Sussidiario risultava musicalmente accessibile ma con molti spigoli ancora da smussare, La moda del lento tenta di fare molto di più, grazie alle solite melodie orecchiabili arricchite però da scelte stilistiche e musicali quasi ardite e non certo da band giovane e semiesordiente. Album di passaggio, primo passo che distacca i Baustelle dalla loro beata giovinezza per portarli in quell’olimpo cantautorale dove ancora oggi risiedono. Meno tormenti e racconti di giovinezza ormai perduta e molti più riferimenti letterali, tanta varietà, tanto amore, tanto tabagismo spinto. A spiccare è il massiccio lavoro sugli arrangiamenti e sui suoni, una varietà infinita di elettronica e synth, con ottime scelte strumentali e di suono. Lo stile è piacevolmente fresco e vagamente retrò anche se personalmente continuo a preferire l’immediatezza dell’esordio, ma forse è questo il disco di maggior peso nel segnare la svolta artistica dei Baustelle: pur cambiando la cifra stilistica e i suoni l’identità della band risulterà sempre, disco dopo disco, perfettamente riconoscibile. E oggi ne vediamo piacevolmente risplendere i risultati.

Quindi: Album di fondamentale importanza nella carriera dei ragazzi di Montepulciano. Vario, fresco, ottimi arrangiamenti, melodie piacevoli, testi di alto livello, ma un gradino sotto rispetto all’esordio.

Più: Reclame, La moda del lento, La canzone di Alaind Delon
Meno: Cin cin

Voto: 7

Zucchero – Una rosa blanca

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Zucchero_Una_rosa_blanca1-500x500Chi: Un live registrato direttamente a l’Havana un anno fa, lo scoro 8 dicembre. Un concerto di grandissimo successo che ha visto Zucchero coronare il suo sogno di suonare a Cuba davanti a 70 mila persone.

Cosa: Il live segue il mood de “La sesion cubana”, ultimo disco in studio del cantante emiliano pervaso da sonorità sudamericane con cover, alcuni inediti e vecchi brani riarrangiati per l’occasione. Il live conta 26 brani più un inedito carino ma non eccezionale. Sono presenti canzoni del passato, numerosi brani della tradizione cubana e pezzi del presente più recente tutti modificati e rivestiti di suoni nuovi in un turbinio di percussioni, chitarre acustiche, archi e fiati. A farla da padrone è sicuramente il ritmo, sempre molto alto e vivo, anche nei pezzi tradizionalmente più lenti. Le nuove versioni nulla tolgono e nulla aggiungono ai brani nella loro versione originale, alcuni sono molto ben riusciti ed altri un po’ meno. Ad essere maggiormente penalizzati sono forse i brani più storici, mentre acquisiscono spessore quelli più recenti. Molto belle invece le cover e i brani studiati apposta per il concerto, valorizzati incredibilmente dalla bravura di tutta la band. Inutile star qui a parlare della tenuta vocale di un Zucchero che, nonostante gli anni passino, continua a cavarsela parecchio bene, pur se penalizzato da una registrazione un po’ troppo effettata.

Quindi: Un buon live con ottime cover e riarrangiamenti nel complesso riusciti. I brani storici perdono in bellezza e atmosfere, quelli nuovi risultano quasi tutti valorizzati. Una buona testimonianza di un evento unico nel suo genere e nella storia del cantante emiliano. Da ascoltare.

Più: Everybody’s got to learn sometimes; Senza una donna; Love is alla around; le cover
Meno: Baila; Così celeste; Diavolo in me; Per colpa di chi

Voto: 7

The Walking dead – Stagione 4 (prima parte)

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the_walking_dead_season_4-wideChi: Della serie abbiamo già parlato, e ormai tutti (o quasi) sanno di che si tratta. Si è conclusa domenica scorsa la prima parte della quarta stagione, che riprenderà con gli ultimi 8 episodi a febbraio. Alla direzione il nuovo showrunner, Scott M. Gimple.

Cosa: The walking dead è ormai un fenomeno vero, una moda, un costume di cui tutti parlano e che a tutti piace. E gli ascolti da record sono li a ricordarcelo ogni settimana. Questi primi 8 episodi sono stati, purtroppo, una delusione dietro l’altra: ritmo lento, situazioni stantie, pochi guizzi e tanta noia. Si è magicamente ricaduti in quel tragico vortice già visto durante la seconda stagione. Non sono mancati degli ottimi spunti e qualche colpo ben assestato, non si è arrivati ai picchi di bassezza del passato, ma certe scelte sono state parecchio discutibili. Non parlo di qualità intrinseca degli episodi, che tutto sommato sono quasi sempre scritti decentemente, ma di un’immobilismo statico e insito nelle situazioni che, puntata dopo puntata, non hanno portato a nessuna evoluzione significativa della trama (fatta eccezione per la morte di qualche comprimario di poco conto e dell’addio di Carol). Come inutili, anche se ben realizzati, sono stati i due episodi dedicati al Governatore, che non hanno fatto altro che impantanare la serie in quello che doveva essere il suo momento clou. Discorso a parte merita l’ottavo episodio, andato in onda la scorsa domenica. Un meadseason finale finalmente colmo di azione e avvenimenti importanti, di sangue, morte e distruzione. Una puntata magnificamente tesa, che per un momento è riuscita a mettere in secondo piano quanto non successo prima. Tutto viene azzerato e fatto ripartire, il buonismo latente messo da parte per dare spazio a fiumi di sangue e violenza. Si è arrivati magistralmente a quella che doveva per forza essere la fine della saga della prigione, la morte dei buoni (Herschel e probabilmente la figlioletta di Rick) e la fine del cattivo (Il Governatore) e una mattanza che ha portato il gruppo a dividersi e a ripartire probabilmente da zero. Una puntata tesa, ben realizzata e dai ritmi vertiginosi che non concedono respiro, magnifica nella sua evoluzione e nel suo spianare la strada senza troppe forzature ad un futuro che sarà sicuramente diverso, per quello che doveva essere e non è stato il finale della scorsa stagione. Ma erano necessari 7 episodi di nulla cosmico per arrivare a tutto questo?

Quindi: La serie ha dimostrato quello di cui è veramente capace solo nell’ultimo episodio, ha preso il coraggio che fino ad ora le era mancato e ha ridato linfa vitale alle vicende dei protagonisti. Purtroppo un ottimo episodio non può cancellare una stagione zoppicante e lenta, che ha palesato tutti i difetti da sempre insiti nel prodotto. Le puntate lente e riflessive ci stanno, e alcune non mi sono per niente dispiaciute, ma annacquare così tanto il brodo e vivere di rendita e ascolti stellari è un delitto bello e buono per una serie dalle potenzialità enormi.

Più: Un episodio finale stellare e molto ben riuscito
Meno: La noia perenne che ha pervaso il resto di questa prima metà di stagione

Voto: 6.5

Il muro del canto – Ancora ridi

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Ancora_Ridi_coverChi: Un gruppone romano di musica folk. Al secondo lavoro dopo un primo album uscito lo scorso anno e una lunga serie di concerti su e giù per lo stivale. Prodotti dall’esperto Tommaso Colliva dei Calibro 35.

Cosa: Un folk rock acerbo e a tinte fosche, tutto giocato su chitarra e fisarmonica, con consistenti inserti elettrici a dare potenza ed energia. Un ritmo altalenante, quasi sempre tirato e mai noioso, in bilico tra atmosfere da vecchia balera puzzolente e film western di serie b. La voce roca e sporca di Daniele Coccia si fa apprezzare e ammalia, il dialetto romano risulta quasi sempre azzeccato e mai fuori luogo, capace di dare ai pezzi una musicalità a tratti sorprendente. I testi raccontano una capitale e un Paese disilluso e decadente, raccontano la società degli umili o quello che ne rimane: un affresco di fame, umiltà, amore, morte, proletariato, alla ricerca di un’identità capitolina che il tempo sta piano piano dissolvendo. Un disco buono, piacevole, ritmato e per nulla banale, elementi semplici ma sfruttati a dovere.

Quindi: Folk-rock romano, mezzo in dialetto e mezzo in italiano. La storia di una città, dei suoi simboli e dei suoi personaggi. Un racconto godibile e ritmato, che si concede le sue pause ma non annoia (quasi) mai.

Più: Ancora ridi; Il canto degli affamati; Er funerale
Meno: Palazzinari è carina, ma dopo una partenza di fuoco sembra un poco fuori contesto

Voto: 7