Dente – Almanacco del giorno prima

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Dente-Almanacco_del_giorno_prima-401x395Chi: Giuseppe Peveri, in arte Dente, uno dei maggiori esponenti del nuovo cantautorato “alternative” italiano; appena passato alla Sony e alla sua quinta fatica discografica con un successo di critica e pubblico sempre maggiore. Il titolo trae ispirazione dalla celebre trasmissione Rai “Almanacco del giorno dopo”. Qui un mio report per melty.it

Cosa: “Almanacco del giorno prima” non si discosta particolarmente dalla produzione precedente del cantante di Fidenza. Scelta musicale ricercata e soft, sensazioni sempre in bilico tra l’allegro-spento e il malinconico-brillante. Dente si dimostra per l’ennesima volta paroliere acuto e brillante, con scelte testuali e tematiche sempre molto varie e ben strutturate, mai banali e colme di arguti giochi di parole e chiavi di lettura multiple e spesso non facili da cogliere. Il cantautore, disco dopo disco, riesce a sfruttare con sempre maggiore maestria tutte le sue più grandi peculiarità: una ricchezza di parole e rime è accompagnata da arrangiamenti sempre diversi e ricchi di spunti e suggestioni, molto solidi ma fondamentalmente semplici. Tanti strumenti acustici, un po’ di ritmo e tanto brio per accompagnare nel miglior modo possibile le parole e il cantato. Melodie sempre orecchiabili con un retrogusto che sa di passato e “vintage”. Rispetto ad altri lavori tutto suona molto più vecchio e antiquato, in quasi totale contrapposizione con lo stile fresco e moderno da sempre marchio di fabbrica inconfondibile e irrinunciabile del buon Dente.

Quindi: Niente di particolarmente nuovo rispetto ai dischi precedenti, ma Dente sa il fatto suo e si ripropone in tutto il suo stile stralunato e ricercato fatto di giochi di parole arguti e mai banali. Il tutto condito da suggestioni musicali dal sapore retrò e ancorate al passato. Per 40 minuti di piacevolezza musicale.

Più: Chiuso dall’interno; Remedios Maria; Un fiore sulla luna; Meglio degli dei
Meno: Poca originalità rispetto ai lavori precedenti

Voto: 7

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Green Like July – Build a fire (2013)

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Green-Like-July-Build-A-FireChi: Per molti il miglior disco italiano del 2013. Per me un disco che ho potuto recuperare e approfondire come si deve solo ultimamente. Loro sono i Green Like July, quartetto milanese capitanato da Andrea Poggi ed entrato sotto l’ala protettrice de “La Tempesta” e del buon Enrico Gabrielli.

Cosa: Se nel disco precedente la base di partenza era molto più vicina al folk, ora diventa arduo stabilire identità o classificazioni ben precise. Il gruppo è sicuramente molto vicino ad un’attitudine ed un gusto musicale del tutto americano, canta in inglese e ha una componente pop e melodica forte e spiccata. I punti fermi finiscono qua, “Build a fire” è un contenitore di suggestioni e musicalità infinite: se le melodie risultano tutte ben riuscite e delicatamente soffuse nel loro procedere sempre a ritmi e velocità diverse, a sorprendere sono soprattutto gli arrangiamenti. Una moltitudine di strumenti perfettamente miscelati riesce a creare una musicalità eterea e quasi impalpabile, un insieme di sentimenti sempre vari e mai uguali a se stessi. Ogni strumento – e fidatevi, sono davvero tanti – è li esattamente dove deve essere. Al tutto si aggiunge una produzione di altissima qualità che valorizza le scelte sonore del gruppo, in un tripudio di piani, archi e sensazioni indecifrabili.

Quindi: Un bel disco pop come pochi. Ottime scelte melodiche e arrangimenti complessi, multistratificati e davvero ben riusciti. Chiara la derivazione di stampo americano, altrettanto chiaro quanto grande sia il talento di questo gruppo.

Più: Moving to the city, Tonight’s the night
Meno: Disco non del tutto immediato; arrangiamenti a volte troppo carichi

Voto: 7.5

Ligabue – Mondovisione

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Ligabue Mondovisione albumChi: In tempi di magra musicale e nell’attesa di recuperare nuovi film e serie tv mi ritrovo ad ascoltare l’ultimo disco del “sempreverde” Ligabue, vero divora classifiche del nostro Paese insieme al suo eterno rivale Vasco Rossi.

Cosa: Star qui a parlare del vistoso calo qualitativo delle musiche di Ligabue lungo gli ultimi 10 anni è sport preferito di chiunque abbia apprezzato uno dei suoi storici album del passato. Una parabola discendente che continua la sua corsa vertiginosa verso il basso con un disco che, a conti fatti, più che brutto risulta anonimo ed un poco insulso. Mai a fuoco, discontinuo e spesso irritante, si nutre di musicalità pop e melodie solo raramente apprezzabili, con scelte musicali e arrangiamenti mai del tutto riusciti. I testi alternano tematiche intime e personali con fiacchi pseudo-ritratti sociali. Quelli più personali sono i brani dalle liriche più riuscite, ma dove il testo è buono a scarseggiare sono spesso la melodia e l’arrangiamento; viceversa quando la melodia si fa ascoltare, testi e arrangiamenti toppano terribilmente. Le canzoni quasi totalmente riuscite si concentrano tutte lungo la parte finale del disco, ma non riescono a risollevare le sorti di un album nato e sviluppato malissimo. Ispirazione ai minimi storici e stile senza alcuna direzione precisa. Il disco appare come uno schizzo deforme di suggestioni musicali buttate quasi a caso: nel tentativo di scrollarsi di dosso lo stile chitarristico del passato si è arrivati ad un compromesso che non ha più alcuna identità precisa e fa acqua da tutte le parti.

Quindi: Qualche canzone decente non risolve un album generalmente pessimo e senza identità alcuna. Un tempo, pur in tutta la sua ripetitività, Ligabue proponeva dischi pop-rock onesti e con brani ben riusciti; ora, alla ricerca dell’originalità, vengono fuori dischi carichi di suoni ma totalmente privi di senso musicale.

Più: La terra, amore mio; Per sempre; Ciò che rimane di noi
Meno: Arrangiamenti troppo carichi, melodie insulse e mai veramente coinvolgenti

Voto: 4.5

Zucchero – Una rosa blanca

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Zucchero_Una_rosa_blanca1-500x500Chi: Un live registrato direttamente a l’Havana un anno fa, lo scoro 8 dicembre. Un concerto di grandissimo successo che ha visto Zucchero coronare il suo sogno di suonare a Cuba davanti a 70 mila persone.

Cosa: Il live segue il mood de “La sesion cubana”, ultimo disco in studio del cantante emiliano pervaso da sonorità sudamericane con cover, alcuni inediti e vecchi brani riarrangiati per l’occasione. Il live conta 26 brani più un inedito carino ma non eccezionale. Sono presenti canzoni del passato, numerosi brani della tradizione cubana e pezzi del presente più recente tutti modificati e rivestiti di suoni nuovi in un turbinio di percussioni, chitarre acustiche, archi e fiati. A farla da padrone è sicuramente il ritmo, sempre molto alto e vivo, anche nei pezzi tradizionalmente più lenti. Le nuove versioni nulla tolgono e nulla aggiungono ai brani nella loro versione originale, alcuni sono molto ben riusciti ed altri un po’ meno. Ad essere maggiormente penalizzati sono forse i brani più storici, mentre acquisiscono spessore quelli più recenti. Molto belle invece le cover e i brani studiati apposta per il concerto, valorizzati incredibilmente dalla bravura di tutta la band. Inutile star qui a parlare della tenuta vocale di un Zucchero che, nonostante gli anni passino, continua a cavarsela parecchio bene, pur se penalizzato da una registrazione un po’ troppo effettata.

Quindi: Un buon live con ottime cover e riarrangiamenti nel complesso riusciti. I brani storici perdono in bellezza e atmosfere, quelli nuovi risultano quasi tutti valorizzati. Una buona testimonianza di un evento unico nel suo genere e nella storia del cantante emiliano. Da ascoltare.

Più: Everybody’s got to learn sometimes; Senza una donna; Love is alla around; le cover
Meno: Baila; Così celeste; Diavolo in me; Per colpa di chi

Voto: 7