Green Like July – Build a fire (2013)

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Green-Like-July-Build-A-FireChi: Per molti il miglior disco italiano del 2013. Per me un disco che ho potuto recuperare e approfondire come si deve solo ultimamente. Loro sono i Green Like July, quartetto milanese capitanato da Andrea Poggi ed entrato sotto l’ala protettrice de “La Tempesta” e del buon Enrico Gabrielli.

Cosa: Se nel disco precedente la base di partenza era molto più vicina al folk, ora diventa arduo stabilire identità o classificazioni ben precise. Il gruppo è sicuramente molto vicino ad un’attitudine ed un gusto musicale del tutto americano, canta in inglese e ha una componente pop e melodica forte e spiccata. I punti fermi finiscono qua, “Build a fire” è un contenitore di suggestioni e musicalità infinite: se le melodie risultano tutte ben riuscite e delicatamente soffuse nel loro procedere sempre a ritmi e velocità diverse, a sorprendere sono soprattutto gli arrangiamenti. Una moltitudine di strumenti perfettamente miscelati riesce a creare una musicalità eterea e quasi impalpabile, un insieme di sentimenti sempre vari e mai uguali a se stessi. Ogni strumento – e fidatevi, sono davvero tanti – è li esattamente dove deve essere. Al tutto si aggiunge una produzione di altissima qualità che valorizza le scelte sonore del gruppo, in un tripudio di piani, archi e sensazioni indecifrabili.

Quindi: Un bel disco pop come pochi. Ottime scelte melodiche e arrangimenti complessi, multistratificati e davvero ben riusciti. Chiara la derivazione di stampo americano, altrettanto chiaro quanto grande sia il talento di questo gruppo.

Più: Moving to the city, Tonight’s the night
Meno: Disco non del tutto immediato; arrangiamenti a volte troppo carichi

Voto: 7.5

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Ligabue – Mondovisione

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Ligabue Mondovisione albumChi: In tempi di magra musicale e nell’attesa di recuperare nuovi film e serie tv mi ritrovo ad ascoltare l’ultimo disco del “sempreverde” Ligabue, vero divora classifiche del nostro Paese insieme al suo eterno rivale Vasco Rossi.

Cosa: Star qui a parlare del vistoso calo qualitativo delle musiche di Ligabue lungo gli ultimi 10 anni è sport preferito di chiunque abbia apprezzato uno dei suoi storici album del passato. Una parabola discendente che continua la sua corsa vertiginosa verso il basso con un disco che, a conti fatti, più che brutto risulta anonimo ed un poco insulso. Mai a fuoco, discontinuo e spesso irritante, si nutre di musicalità pop e melodie solo raramente apprezzabili, con scelte musicali e arrangiamenti mai del tutto riusciti. I testi alternano tematiche intime e personali con fiacchi pseudo-ritratti sociali. Quelli più personali sono i brani dalle liriche più riuscite, ma dove il testo è buono a scarseggiare sono spesso la melodia e l’arrangiamento; viceversa quando la melodia si fa ascoltare, testi e arrangiamenti toppano terribilmente. Le canzoni quasi totalmente riuscite si concentrano tutte lungo la parte finale del disco, ma non riescono a risollevare le sorti di un album nato e sviluppato malissimo. Ispirazione ai minimi storici e stile senza alcuna direzione precisa. Il disco appare come uno schizzo deforme di suggestioni musicali buttate quasi a caso: nel tentativo di scrollarsi di dosso lo stile chitarristico del passato si è arrivati ad un compromesso che non ha più alcuna identità precisa e fa acqua da tutte le parti.

Quindi: Qualche canzone decente non risolve un album generalmente pessimo e senza identità alcuna. Un tempo, pur in tutta la sua ripetitività, Ligabue proponeva dischi pop-rock onesti e con brani ben riusciti; ora, alla ricerca dell’originalità, vengono fuori dischi carichi di suoni ma totalmente privi di senso musicale.

Più: La terra, amore mio; Per sempre; Ciò che rimane di noi
Meno: Arrangiamenti troppo carichi, melodie insulse e mai veramente coinvolgenti

Voto: 4.5

Baustelle – La moda del lento

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baustelle_-_la_moda_del_lento_-_frontChi: A dieci anni dalla sua uscita torna nei negozi di dischi La moda del lento, secondo LP dei Baustelle dopo il bellissimo “Sussidiario illustrato..”. Un modo per rendere omaggio e ricordare un disco atipico, primo passo verso una maturità artistica oggi sotto gli occhi di tutti.

Cosa: Se il Sussidiario risultava musicalmente accessibile ma con molti spigoli ancora da smussare, La moda del lento tenta di fare molto di più, grazie alle solite melodie orecchiabili arricchite però da scelte stilistiche e musicali quasi ardite e non certo da band giovane e semiesordiente. Album di passaggio, primo passo che distacca i Baustelle dalla loro beata giovinezza per portarli in quell’olimpo cantautorale dove ancora oggi risiedono. Meno tormenti e racconti di giovinezza ormai perduta e molti più riferimenti letterali, tanta varietà, tanto amore, tanto tabagismo spinto. A spiccare è il massiccio lavoro sugli arrangiamenti e sui suoni, una varietà infinita di elettronica e synth, con ottime scelte strumentali e di suono. Lo stile è piacevolmente fresco e vagamente retrò anche se personalmente continuo a preferire l’immediatezza dell’esordio, ma forse è questo il disco di maggior peso nel segnare la svolta artistica dei Baustelle: pur cambiando la cifra stilistica e i suoni l’identità della band risulterà sempre, disco dopo disco, perfettamente riconoscibile. E oggi ne vediamo piacevolmente risplendere i risultati.

Quindi: Album di fondamentale importanza nella carriera dei ragazzi di Montepulciano. Vario, fresco, ottimi arrangiamenti, melodie piacevoli, testi di alto livello, ma un gradino sotto rispetto all’esordio.

Più: Reclame, La moda del lento, La canzone di Alaind Delon
Meno: Cin cin

Voto: 7

I Cani – Glamour

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disponibile-su-itunes-glamour-nuovo-albumChi: La one-man band ormai poco one di Niccolò Contessa amata da Saviano e profondamente odiata da quelli di Rockit.

Cosa: Un secondo disco che molto deve al suo predecessore ma che allo stesso tempo cerca di distaccarsene fortemente. La materia in gioco è la medesima del passato: un pop elettronico radiofonico e orecchiabile che cerca di raccontare una società vista con gli occhi – imbustati – di un ragazzo di 27 anni. Glamour ha dalla sua una produzione più levigata e meglio studiata – merito del lavoro di Fontanelli degli Offlaga disco pax – priva di quella forza dirompente del passato ma capace di creare brani meno potenti e meglio strutturati e diversificati. Non mancano certo i passaggi a vuoto, alcune canzoni poco riuscite e momenti che lasciano il tempo che trovano ma che poco tolgono al lavoro nel suo complesso.

Quindi: Chi li ama continuerà ad amarli, chi li odia troverà nuovi modi per criticarli. Glamour vive delle stesse contraddizioni del progetto che lo ha partorito, non sorprende per originalità ma ha dalla sua  alcuni brani veramente ben riusciti. Io sto con Saviano!

Più: La collaborazione coi Gazebo Penguins, tutta la prima parte del disco.
Meno: I brani strumentali e San Lorenzo, una ciofeca di proporzioni bibliche (e qui sto con Rockit!)

Voto: 7