Sleepy Hollow – Stagione 1

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Sleepy_Hollow_trailerChi: Produzione Fox creata da un folto team di autori tra i quali spiccano Alex Kurtzman e Roberto Orci, già ideatori e sceneggiatori di Fringe. Come il titolo suggerisce la serie trae ispirazione dall’omonimo racconto di Washington Irving, dal quale è stato tratto a sua volta anche il film di Tim Burton del 1999. Protagonisti sono Tom Mison e Nicole Beharie.

Cosa: Più volte, durante le puntate, mi sono chiesto perché andassi avanti a vedere la serie. Questo perché sin da subito Sleepy Hollow si è dimostrata parente ben lontana del racconto e del film di Tim Burton, nascendo con premesse talmente assurde da far gridare spesso al ridicolo. Sostanzialmente il Crane di questo film è un reduce della guerra d’indipendenza americana, catapultato nel 21esimo secolo e coinvolto in una lotta mistico-esoterica tra bene e male, con l’obiettivo principale di impedire lo scatenarsi dell’apocalisse e della fine del mondo. Gli autori hanno inserito nel plot una quantità praticamente infinità di elementi e complessità, buttandoli tutti insieme nella mischia senza pietà alcuna per lo spettatore. Parti significative della storia americana sono state distorte per renderle funzionali alla trama, folli voli pindarici usati come giustificazione per spiegare la presenza di creature e mostri venuti da chissà dove. Per non parlare di una storia con frequenti buchi narrativi e cadute di stile non indifferenti, colpi di scena letteralmente tirati per i capelli e chi più ne ha più ne metta. Eppure, nonostante questo, ho visto tutti e tredici gli episodi. Credo che i motivi principali inizialmente fossero tre, la perfetta riuscita comica dell’inserimento del protagonista ottocentesco nella vita moderna; il carisma di Tom Mison, interprete sorprendente capace di costruire un personaggio geniale e assolutamente sopra le righe; Nicole Beharie e le sue tette, sempre presenti e mai fuori luogo. Soprattutto nella prima parte la vicenda è andata avanti in maniera molto confusionaria, con sbandate non indifferenti, ma numerosi elementi interessanti e parzialmente ben riusciti. La trama verticale (ogni puntata vedeva la presenza di un mostro diverso da affrontare) è subito passata in secondo piano per lasciare spazio alla storia vera e propria: troppi gli elementi in campo per perdere tempo con storie secondarie inutili. Il riconoscimento che va dato agli autori è di non aver mai tirato indietro la mano, procedendo con forza e ostinazione verso il loro obiettivo, che sino alla fine è apparso poco chiaro e fumoso. Nonostante il prodotto venisse sviluppato in maniera semplice e didascalica, ben lontano da serial di alta qualità, il mio giudizio si è notevolmente modificato dopo l’ultimo episodio. Li i nodi narrativi sono venuti al pettine in maniera quasi perfetta, con una realizzazione molto ben curata e un cliffhanger assolutamente inaspettato, ma capace di ricongiungere in un unico disegno tutte le pedine messe in campo precedentemente. Merito anche del ben riuscito personaggio di un John Noble nell’ennesimo ruolo di alto livello della sua carriera, trasformato con una coerenza quasi impeccabile da comprimario di lusso ad antagonista principale. Solo negli ultimi minuti della prima stagione si è capito quanto lungimirante, benché assurdo, fosse il disegno di Orci e Kurtzman. Visti i 12 episodi precedenti, godibili ma mai eccezionali, non mi sarei mai aspettato una prova di forza di tali proporzioni, che permette di guardare alla prossima stagione con ottimismo e voglia di vedere come tutto andrà realmente a finire. Tecnicamente il prodotto non rappresenta nulla di eccezionale, allineato alle produzioni medie statunitensi: una serie dalle tinte horror sbiadite, con mostri e scenari discretamente realizzati, a volte ben riusciti, altre un po’ meno.

Quindi: Didascalica, confusionaria e con davvero troppi elementi in campo, ma a conti fatti divertente, godibile e con risultati sorprendenti, viste soprattutto le premesse iniziali. Sleepy Hollow si muove sul labile filo che intercorre tra buon prodotto d’intrattenimento e cagata di proporzioni bibliche, ma per ora riesce a stare in piedi con un sorprendente equilibrio.

Più: Godibile e leggero, con 3 protagonisti azzeccati
Meno: Qualitativamente non eccelso e a volte davvero troppo denso di elementi

Voto: 6,5

The wolf of Wall Street (2013)

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Wolf-of-Wallstreet-585x370Chi: Pellicola dell’eterno Martin Scorsese che riadatta la biografia di Jordan Belfort, uno dei più importanti – e disonesti, e stronzi – broker di borsa statunitensi. Protagonista e mattatore assoluto un sempre più grande Leonardo Di Caprio; sceneggiatura affidata alle sapienti mani di Terence Winter, creatore di “Boardwalk Empire” e braccio destro di David Chase ne “I Soprano”.

Cosa: Il film racconta la storia di Belfort, dalla sua entrata a Wall Street sino alla creazione di una società per fottere far investire i soldi di ignari ricconi in azioni discutibili e ben poco pulite. Entreremo a stretto contatto non solo con i metodi poco ortodossi del protagonista e dei suoi soci ma avremo visione privilegiata della loro discesa diretta verso gli inferi. A guidarci in questo percorso tortuoso è lo stesso Belfort che, in prima persona, ci racconta gli avvenimenti rendendoci partecipi dei suoi pensieri e punti di vista. Il prodotto finale non ha assolutamente nulla di ortodosso: a palesarsi davanti agli occhi dello spettatore è infatti un turbinio incontrollabile di indecenza e cattivo gusto, tra sesso, orge, perversione, droghe, alcool e festini di ogni tipo; il tutto condito da forti dosi di humor nero e ironia caustica e acida, dialoghi fuori da ogni schema e trovate sceniche e filmiche sorprendenti. Fenomenale il lavoro di Winter, capace di scrivere una dose incalcolabile di battute volgari e cattive, con l’obiettivo di tracciare la psicologia distorta dei personaggi principali. Il film ha i suoi alti e bassi, penalizzato da una lunghezza eccessiva e da una parte centrale forse troppo pesante, ma ha dei picchi di genialità sorprendenti e inaspettati. Merito di un Di Caprio in stato di grazia, mai così bravo e calato nella parte, in un’interpretazione intensa e border line, spesso e volentieri molto fisica (per la maggior parte del tempo Belfort è ubriaco, strafatto, drogato, esaltato, sessualmente attivo) e multiforme. Merito della maestria di Scorsese, che costruisce un mondo di colori accesi e sfavillanti, contornato da un uso moderno e dinamico di montaggio e inquadrature. Vero pregio di questo racconto è però il processo che scena dopo scena coinvolge in prima persona lo spettatore: per 180 minuti si ride e si ride tanto, per le battute incredibili, per le scene stralunate, per i protagonisti “strafatti” e le loro azioni fuori da ogni regola e logica. Ma presto ci si accorge di avere a che fare con un umorismo beffardo, un divertimento mai del tutto pieno e appagante. Le azioni a cui assistiamo sono infatti deprecabili, infide e schifose, costruite in modo comico, ma con un retrogusto putrido che con il passare delle scene si fa sempre più forte e stordente. A risuonare, in tutta la sua “magnificenza”, è l’idea malata e sbagliata che muove i personaggi, la voglia di guadagno e di sballo fine a sé stessa, il modo errato con cui la società ha cresciuto i suoi figli e creato diseguaglianze sociali incolmabili. Scorsese e Winter ci mostrano il lato peggiore della medaglia, quello di chi si è arricchito e si rovina con le proprie mani, lo fanno con un’iperbole volutamente esagerata e irreale, apparentemente divertente, ma portatrice insana di ribrezzo e disprezzo in ogni forma.

Quindi: Ennesimo capolavoro del duo Scorsese-Di Caprio. Fuori da ogni schema e classificazione, lungo sino all’inverosimile, divertente e drammatico, spassoso e rivoltante, costruito su idee opposte che per la maggior parte del tempo funzionano molto bene. Il film dividerà il pubblico tra chi ne amerà originalità di stili e modi narrativi e chi non riuscirà a sopportare la massiccia presenza di volgarità ed eccessi.

Più: Di Caprio; Terence Winter; originalità del soggetto e della sua realizzazione
Meno: Veramente troppo lungo; a volte davvero troppo sopra le righe

Voto: 8

I sogni segreti di Walter Mitty (2013)

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walter_mitty_v5-620x350Chi: Film diretto e interpretato da Ben Stiller, attore comico e regista di pellicole più o meno significative. Remake di un film del 1947 ed ispirato ad un racconto del 1939. Il titolo italiano fa venir meno il gioco di parole molto chiaro nella sua versione originale: “The secret Life of Walter Mitty”, dove Life è anche la rivista per cui il protagonista lavora.

Cosa: Una pellicola difficilmente ascrivibile ad una tipologia ben precisa. Innanzitutto una commedia, perché è fresca e divertente, ma anche un film sentimentale, un road trip d’avventura, un film fantastico. Walter Mitty è e vuole essere un po’ tutto e per questo da tutto prende spunto, buttandolo in un calderone di generi che rende davvero difficile classificare perfettamente ciò che si vede. Si ride e ci si diverte, passando 1 ora e 40 di leggerezza, sogni e buoni sentimenti. Stiller riesce a confezionare una pellicola tutto sommato originale e fresca, colma di buoni sentimenti e avventure, costruita appositamente per toccare gli animi sensibili degli spettatori. E tutto sommato il risultato finale è molto ben riuscito; non si tratta certo di un capolavoro, e a volte il tutto è sin troppo melenso e scontato,  ma riesce comunque a dare il giusto peso alla sua parte più emozionale. Una parabola narrativa ai limiti dell’assurdo, dove un impiegato, chiuso dalla sua vita triste e monotona, si rifugia nella sua fervida fantasia, salvo poi, per amore e voglia di riscatto, vivere un’incredibile avventura fuori dall’ordinario. Immaginazione e realtà diventano una cosa sola e i sogni del buon Mitty diventano realtà, vita vera, avventura pura verso la riscoperta del significato di sé stessi e, appunto, della vita. L’impianto estetico è veramente ben riuscito, dalla scelta delle location sino all’integrazione perfetta tra realtà e fantasia; grande la resa visiva, fatta di una tavolozza cromatica ricca e variegata, dai colori vivi e sempre accesi. Se Sean Penn è una garanzia anche nei pochi minuti che gli sono concessi, buona prova anche dello stesso Stiller, ben calato nel doppio ruolo di attore e regista.

Quindi: Un film che confeziona abbastanza bene comicità, divertimento, avventura e buoni sentimenti. Il soggetto è buono, a volte troppo assurdo, altre troppo sentimentale, ma comunque capace di far sorridere e di emozionare, soprattutto sul finale. Da non prendere comunque troppo sul serio.

Più: Bella storia, bella resa estatica, ottime location, bel mix tra reale e fantastico.
Meno: Aspira ad essere un capolavoro non riuscendo nell’intento; a volte si spinge troppo ai limiti dell’assurdo.

Voto: 7

The Words (2012)

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the-words-2012-words-form-the-bust-of-bradley-cooperChi: Film made in Usa di Brian Klugman, attore di prodotti principalmente televisivi e al suo esordio assoluto dietro la macchina da presa. Protagonisti della pellicola sono Jeremy Irons, Dennis Quaid e l’ormai uomo-ovunque Bradley Cooper.

Cosa: The words è tre storie, incastonate una dentro l’altra come in un mosaico imperfetto di giochi ad incastro, rivelazioni e colpi di scena. Uno scrittore ci racconta (quasi) in prima persona la trama del suo libro, che narra la storia di un “altro” aspirante scrittore e di un manoscritto che sarà la svolta assoluta della sua carriera. I tre piani narrativi sono intrecciati tra di loro con semplicità e senza troppe pretese, la trama è ben strutturata anche se prevedibile, e nel suo complesso il film cattura l’attenzione e si fa guardare con tranquillità. A far storcere il naso è probabilmente la relazione che si innesca dopo la prima parte tra lo scrittore e una spettatrice della sua presentazione: inutile e scontata. Tutto il resto funziona e la storia ha dei risvolti e dei significati interessanti e capaci di catturare l’attenzione. Il finale aperto e senza apparente soluzione non fa altro che rinforzare il messaggio lanciato e ricoprire lo spettatore di nuove domande a cui ognuno darà sicuramente una risposta diversa.

Quindi: Non un capolavoro, forse troppo semplice e facilone, ma godibile e capace di prestarsi a mutevoli analisi e interpretazioni. Un buon film su cui discutere e confrontarsi.



Più: La prova dei tre protagonisti; Il finale aperto; Le mutevoli interpretazioni e chiavi di lettura
Meno: Il flirt tra l’autore del libro e la sua fan; Un po’ di complessità in più non avrebbe guastato

Voto: 7

Green Like July – Build a fire (2013)

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Green-Like-July-Build-A-FireChi: Per molti il miglior disco italiano del 2013. Per me un disco che ho potuto recuperare e approfondire come si deve solo ultimamente. Loro sono i Green Like July, quartetto milanese capitanato da Andrea Poggi ed entrato sotto l’ala protettrice de “La Tempesta” e del buon Enrico Gabrielli.

Cosa: Se nel disco precedente la base di partenza era molto più vicina al folk, ora diventa arduo stabilire identità o classificazioni ben precise. Il gruppo è sicuramente molto vicino ad un’attitudine ed un gusto musicale del tutto americano, canta in inglese e ha una componente pop e melodica forte e spiccata. I punti fermi finiscono qua, “Build a fire” è un contenitore di suggestioni e musicalità infinite: se le melodie risultano tutte ben riuscite e delicatamente soffuse nel loro procedere sempre a ritmi e velocità diverse, a sorprendere sono soprattutto gli arrangiamenti. Una moltitudine di strumenti perfettamente miscelati riesce a creare una musicalità eterea e quasi impalpabile, un insieme di sentimenti sempre vari e mai uguali a se stessi. Ogni strumento – e fidatevi, sono davvero tanti – è li esattamente dove deve essere. Al tutto si aggiunge una produzione di altissima qualità che valorizza le scelte sonore del gruppo, in un tripudio di piani, archi e sensazioni indecifrabili.

Quindi: Un bel disco pop come pochi. Ottime scelte melodiche e arrangimenti complessi, multistratificati e davvero ben riusciti. Chiara la derivazione di stampo americano, altrettanto chiaro quanto grande sia il talento di questo gruppo.

Più: Moving to the city, Tonight’s the night
Meno: Disco non del tutto immediato; arrangiamenti a volte troppo carichi

Voto: 7.5

House, M.D. (2004-2012)

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house_mdChi: Creata da David Shore e Paul Attanasio e con un magistrale Hugh Laurie come protagonista, la serie ha avuto un grande seguito in patria ed è stata probabilmente l’ultimo grande successo seriale americano nel nostro Paese, capace di fare ascolti record anche su una rete “difficile” come Canale 5. Il seguito italiano, complice la diffusione sempre più massiccia di download e streaming, è andato via via scemando, senza però intaccarne la continuità della messa in onda, che prosegue ancora oggi con numerose repliche in chiaro e sul satellite.

Cosa: House, M.D. si colloca a metà strada tra medical drama e procedurale criminologico di classico stampo americano. Se l’ambientazione è quella ospedaliera classica con pazienti, dottori e malattie, lo sviluppo delle storie segue lo stilema classico del caso di puntata, con i medici impegnati a risolvere la misteriosa patologia del malato con modi del tutto simili a quelli dei più svariati serial polizieschi (indagini e raccolta prove – ipotesi – errori  -intuizioni geniali – risoluzione). Ad essere raccontate sono le vicende del Dr House e del suo multiforme team di collaboratori all’interno di un’immaginaria struttura ospedaliera del New Jersey. La struttura è sempre riconoscibile e l’intreccio si dipana quasi sempre allo stesso modo: questo non ha comunque impedito agli autori di sviluppare con coerenza e a piccoli passi una trama orizzontale solida e ben strutturata, concentrata su House e gli altri protagonisti. Grazie al sapiente utilizzo degli elementi a disposizione e alla bravura dei protagonisti la serie ha mantenuto intatte – pur se con qualche calo fisiologico – tutte le sue qualità, senza mai perdere mordente, rivelandosi sempre avvincente e divertente pur in tutta la ripetitività insita nei suoi meccanismi di base. Non sono mancati episodi speciali, con meccaniche e ambientazioni diverse, tutti qualitativamente eccelsi e splendidamente realizzati. L’elemento che però più di tutti ha permesso alla serie di raggiungere un seguito così ampio è stata probabilmente la complessità del protagonista e la bravura di Laurie nel rendere credibili e drammatiche le sue evoluzioni fisiche e psichiche. Quella di House è stata una figura a lungo discussa, anche a livello morale ed etico; non è un personaggio del tutto negativo, anzi, le sue azioni non sono malvagie ma indirizzate verso il bene (la cura dei pazienti), ma la sua moralità e le sue azioni sono sempre ai limiti della negatività. Il personaggio rifugge volontariamente ogni canone del tipico medico televisivo amorevole e comprensivo verso i pazienti, egli pensa sempre e solo a se stesso, al suo ego e alla sua genialità, il suo rapporto con i malati è semplicemente di tipo intellettivo e mai empatico o sentimentale. La sua misoginia, il suo pessimismo, il cinismo, il suo handicap e il sistematico uso di droghe per combattere il dolore ne hanno fatto uno dei personaggi più influenti – e complessi – della storia televisiva di tutti i tempi.

Quindi: Uno dei pochi prodotti con trama fortemente verticale che è riuscito a mantenersi di alta qualità lungo tutto il suo arco narrativo. L’ironia, i toni spesso fortemente drammatici, un protagonista perfettamente multisfaccettato e un grandissimo Hugh Laurie sono tra gli elementi che rendono piacevole ancora oggi vedere – e rivedere – tutte le 8 stagioni della serie.

Più: Ottimo equilibrio tra trama verticale e orizzontale; attori di grande livello; temi etici e morali discussi con acume e profondità
Meno: A volte troppo ripetitivo e poco realistico

Voto: 8

Sons of Anarchy – Stagione 6

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Season-6-Wallpaper-sons-of-anarchy-35519791-1600-1200Chi: Creatura di Kurt Sutter (già sceneggiatore e produttore di The Shield) nata nel 2008 e giunta alla sua penultima stagione dopo 5 anni di amori, tradimenti, sangue, omicidi, personaggi discutibili e tanta criminalità. Serie spesso snobbata ma realizzata incredibilmente bene, frutto della genialità di un autore che crede visceralmente in quello che fa e non si vergogna di miscelare elementi da potente intreccio amoroso con storie di ordinaria criminalità e fuorilegge incalliti. Liberamente ispirata alle dinamiche dell’Amleto di Shakespeare.

Cosa: Stagione altalenante che apre magistralmente la strada ad un finale da cui, ad oggi, non si sa ancora bene cosa aspettarsi. La narrazione ha vissuto fasi altalenanti, con un inizio poco chiaro e senza una direzione precisa, per poi riprendere rapida come un treno verso un finale incredibile e devastante. Motivo dell’iniziale intoppo è stato probabilmente l’addio al cast di quello che doveva essere il vero antagonista di stagione, quel Lee Toric lanciato durante gli ultimi episodi della quinta stagione e uscito inaspettatamente di scena dopo pochi episodi (Donal Logue ha infatti abbandonato la serie per altri impegni). Sutter ha così preso in mano una stagione mai veramente cominciata e ha rimescolato sapientemente le varie storyline messe sul campo: è stata data una decisa sterzata a tutte le cose lasciate in sospeso ed un’improvvisa accelerata al susseguirsi di eventi importanti. Mai una stagione di Sons of Anarchy aveva corso così tanto, mai così tanti eventi importanti si erano susseguiti con tale velocità e schizofrenia. E il tutto non è apparso per nulla stonato o fuori luogo, anzi, ogni evento era là esattamente dove doveva stare. Le basi solide e inattaccabili che la serie è riuscita a costruisti con il passare delle stagioni hanno permesso agli autori di gestire un intreccio infinito di eventi importanti. E’ stata la stagione dell’addio del bravissimo Ron Perlman e del suo Clay, un evento rimandato nelle ultime stagioni e finalmente arrivato, ma anche della tragica morte di Tara per mano di Gemma, evento inaspettato che ha regalato un colpo di scena da straziare il cuore e lasciare senza fiato. Ma è stata una stagione importante per tutti i protagonisti, per Jax e tutto il club, nel disperato tentativo di uscire dall’illegalità e dal terribile traffico d’armi, tra passaggi di testimone sofferti e spargimenti di sangue inevitabili. Impossibile riassumere quanto successo lungo quest’arco narrativo in poche righe, ma significativa è stata l’evoluzione di Jax come padre e come leader del suo gruppo, sino a quella scelta sofferta di consegnarsi alle autorità per garantire un reale futuro ai suoi figli, salvo poi vedere il tutto sfumare con il terribile omicidio finale. Per il resto questi ultimi 13 episodi mantengono totalmente inalterati stile narrativo e di contenuti, montaggi musicali a inizio e fine episodio, colonna sonora da mozzare il fiato, sparatorie e inseguimenti, violenza gratuita sparsa qua e là e humor nero a palate. Innegabilmente, con l’avanzare degli episodi, questa tragedia di chiara ispirazione shakespiriana sta raggiungendo il suo apice e ci sta facendo capire un messaggio chiaro e ineluttabile: il male che è fuori è solo lo specchio dei demoni che abbiamo dentro, si può tentare di sfuggirvi o di cambiare, ma essi torneranno sempre e la situazione non farà altro che peggiorare e distruggere tutto quello che avevamo invano tentato di costruire. La tragedia vera è solo all’inizio.

Quindi: Più che una stagione di raccordo un insieme di eventi imprescindibili per arrivare alla conclusione definitiva delle vicende della banda di motociclisti più violenta del mondo. Sutter è scrittore viscerale, follemente innamorato della sua creatura e dei suoi personaggi: spesso sembra un folle guidato solamente dal cuore e dal suo istinto primordiale, ma è innegabile la sua magistrale abilità nello scrivere e costruire dinamiche e intrecci avvincenti ed emozionanti. Trepidante attesa per l’atto finale.

Più: La serie mantiene inalterati i suoi elementi caratteristici; un finale di stagione inaspettato e carico di pathos.
Meno: Un inizio di stagione incerto e non all’altezza.

Voto: 8.5

Moonrise Kingdom (2012)

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moonrise-posterChi: Ultimo film di Wes Anderson, regista e sceneggiatore famoso per “I Tenenbaum” del 2002 e per un bel pugno di film indipendenti apprezzati da pubblico e critica. Cast stellare che annovera, tra gli altri, Bruce Willis, Edward Norton e Bill Murray in ruoli originali e del tutto atipici. Ho volutamente omesso l’obbrobrioso sottotitolo italiano al film.

Cosa: La pellicola si pregia di un’estetica originale e perfettamente riconoscibile: colori vivi e accesi che esaltano location nelle quali la macchina da presa si muove con agilità e ci regala ottime inquadrature e trovate sceniche spesso geniali, accompagnate da una colonna sonora che diventa parte integrante di ogni scena. A conti fatti la trama è il semplice incontro “amoroso” di due piccoli ragazzini problematici che fuggono dalle loro gabbie esistenziali per rinascere a nuova vita insieme. Saranno gli adulti a contrastare questo sogno e a impedire a tutti i costi una relazione ai loro occhi troppo prematura. L’approccio con il quale Anderson ha deciso di narrare una favola relativamente semplice è originale ed azzeccato: i dialoghi sono puntuali e brillanti, le gag squisitamente comiche fanno sorridere, il film diverte e commuove. Il “parco attori” fa della fanciullezza il suo marchio di fabbrica, e a spuntarla su tutta la linea non sono i nomi altisonanti, ma i due piccoli protagonisti e gli altri piccoli attori, in un capovolgimento logico che è il vero punto di forza della pellicola. I ragazzi hanno modi di fare e si comportano come adulti, gli adulti sono degradati a semplici comprimari di ben poca maturità. Nonostante questo tutti i piccoli protagonisti mantengono intatta la loro purezza, che brilla nonostante serissimi tormenti interiori ed un mondo di adulti deformati e di regole impossibili da seguire.

Quindi: Una pellicola dal tocco magicamente leggero per riflettere sul contrasto sempre più labile tra il mondo dei bambini e quello degli adulti. Eccelso a livello estetico, nella sua totale originalità potrebbe però non essere completamente apprezzato.

Più: Idea di fondo magnifica; visivamente sublime.
Meno: Tolti gli elementi di contorno la storia ne risulta un po’ povera e sin troppo semplice.

Voto: 7.5

House of cards – Stagione 1

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Kevin-Spacey-in-House-of-CardsChi: Il primo prodotto originale di Netflix, un servizio americano di streaming a pagamento pronto a rivoluzionare le regole di fruizione dei prodotti televisivi in tutto il mondo. La serie è stata resa completamente disponibile agli abbonati lo scorso 1 febbraio, dando agli spettatori la possibilità di poterne usufruire a piacimento e con la massima libertà. Niente più visione a cadenza settimanale per un servizio che si pone come diretto concorrente dei più importanti canali via cavo statunitensi, non solo per la possibilità di abbonarsi ed avere a disposizione un grande numero di contenuti in streaming e a noleggio, ma soprattutto per la produzione di contenuti originali e di qualità. House of cards sarà probabilmente solo il primo di una lunga serie. Sviluppata e scritta da Beau Willimon, trae ispirazione da un’omonima serie televisiva inglese del 1990 e da un romanzo di Michael Dobbs. Kevin Spacey è protagonista e produttore esecutivo, David Fincher ha diretto i primi due episodi.

Cosa: Frank Underwood (Spacey) è uno spietato politico statunitense che ha attivamente collaborato con il Partito Democratico per l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti. Quando non gli viene però garantita la carica di segretario di stato che gli era stata inizialmente promessa comincerà un gioco di vendetta e potere che vedrà il protagonista fare il possibile per vendicarsi (politicamente) di chi non ha mantenuto la parola data. La partita è tutta giocata su sotterfugi e fini espedienti di potere, in un mondo economico e sociale pervaso dalla corruzione e dall’arrivismo. La narrazione è suddivisa in almeno tre filoni principali. Durante il primo Underwood gestirà personalmente la nascita di una nuova legge sull’istruzione, nel secondo curerà personalmente la candidatura di Peter Russo a nuovo governatore della Pennsylvania, e infine sfrutterà eventi funesti e gravissimi per essere eletto nuovo vicepresidente degli Stati Uniti. Ma ridurre il plot di House of Cards a questi tre piccoli macrotemi risulta riduttivo quanto fallace. La trama del serial è infatti multistratificata e parecchio complessa. Soprattutto inizialmente risulterà molto difficile entrare nel complesso meccanismo della macchina politica a stelle e strisce, dei suoi nomi, delle sue cariche e del suo modo di operare diverso rispetto a quello europeo o italiano. Superato questo scoglio verranno fuori tutte quelle che sono le grandi qualità della serie. Tra colpi di scena ed eventi inaspettati entreremo in empatia con il protagonista e tutto il mondo che egli stesso utilizza e gestisce a suo piacimento. Il personaggio magistralmente interpretato da Spacey è un uomo senza scrupoli, un vecchio politicante capace di qualsiasi cosa pur di ottenere i suoi scopi. Utilizzerà tutte le pedine a sua disposizione e gestirà sottobanco ogni mossa sullo scacchiere presidenziale. Emblematica, in questo senso, è la triste fine di Russo, uomo tormentato e dal passato difficile, prima rilanciato e poi affossato di nuovo sino ad un terribile suicidio simulato dallo stesso Underwood. Colpi di scena ed eventi imprevedibili come questo renderanno il ritmo della narrazione via via sempre più teso e serrato. Grande rilevanza hanno poi i protagonisti. Godono di ottima caratterizzazione tutte le figure femminili, dalla moglie di Underwood, vera sorpresa della serie, alla giornalista Zoe Barnes, prima amante in carriera di Underwood e poi donna tormentata e pronta a smascherare le macchinazioni del politico. I 13 episodi ci mostrano una società costruita sulla menzogna e sul denaro, sul potere economico e sulle lobby, su persone che se non si comportano come squali affogano nello stesso mare di denaro con il quale si sono arricchiti e sporcati. Visivamente il prodotto è cupo e freddo, in pieno stile Fincher, con buoni colpi registici e uno sviluppo di temi e sceneggiatura dal gusto classico. Piccoli colpi di originalità sono gli sms che si scambiano i protagonisti mostrati in tempo reale sullo schermo e il filo diretto che intercorre tra Spacey e il pubblico. Underwood, infatti, si rivolge spesso direttamente allo spettatore e guardando dritto in camera spiega i suoi pensieri, il suo modo di fare, le sue macchinazioni e i suoi piani. Intorno tutto si ferma: c’è lui e ci siamo noi, in un gioco che crea empatia e ci permette di scavare dentro la mente perversa di un uomo altrimenti imperscrutabile.

Quindi: Tante le tematiche affrontate e snocciolate nei modi più disparati, ancora di più i simboli più o meno velati sparsi qua e la lungo il percorso. Straordinaria la caratterizzazione dei protagonisti, buona – anche se a volte eccessivamente complessa e articolata – la trama. House of cards è un ottimo prodotto che non brilla per originalità ma spicca per una trama ben strutturata e ancora tutta da sviluppare. I prossimi 13 episodi (probabilmente gli ultimi) verranno nuovamente resi disponibili in un blocco unitario a febbraio del prossimo anno.

Più: Qualitativamente elevato; Grande interpretazione di Kevin Spacey; Netflix potrebbe seriamente stravolgere il mondo televisivo nei prossimi anni.
Meno: A volte eccessivamente complesso; La storia viene praticamente spezzata a metà, verrà sviluppata nella sua totalità solo con i prossimi 13 episodi.

Voto: 8

Matt Kindt – Revolver (2010)

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revolver-hc-682x1024Chi: Matt Kindt, fumettista americano poco conosciuto in Italia, con una solida carriera alle spalle iniziata nel 2001 e che lo ha visto vincere numerosi premi e collaborare col profeta Alan Moore. Un attento e moderno osservatore della realtà.

Cosa: Revolver racconta la storia di un uomo frustrato e depresso, vittima della sua lugubre vita e di un lavoro e una ragazza che non lo hanno mai soddisfatto. Tutto cambia radicalmente quando Sam si ritrova catapultato in una realtà dove tutto sembra essersi capovolto, un mondo vittima di un’epidemia di aviaria che ha sterminato gran parte della popolazione; colpi di stato e attacchi terroristici che hanno distrutto il normale ordine sociale; morte e distruzione ovunque. Quello nel nuovo mondo è un Sam diverso, più sicuro di se, a volte violento, fautore e non più semplice spettatore della sua esistenza. Ogni notte, alle 11:11, il protagonista si risveglia catapultato nell’altro mondo, salvo poi risvegliarsi tutte le mattine intrappolato nella sua vecchia e insulsa vita. Il libro di Kindt si dipana nel risolvere questo apparentemente inspiegabile mistero e lo fa con una sapiente e costante alternanza tra due realtà tanto diverse quanto strettamente collegate. Il tutto grazie ad un sapiente uso degli elementi a disposizione, ad una costruzione ed evoluzione ben caratterizzata del protagonista e ad una storia che si fa sempre più complessa e misteriosa. Numerose le chiavi di lettura di un’opera che vuole descrivere la miserabile condizione della vita umana e tutte le vacuità che imperversano l’animo più profondo della nostra società. Importantissimo, in questo senso, è lo stile grafico dell’opera: il disegno di Kindt è deciso e vario, sa cambiare a seconda delle esigenze della vicenda che racconta, con un tratto stilistico che rappresenta il vero valore aggiunto del tutto. I due mondi sono caratterizzati da un uso del colore diverso, con tonalità blu per il mondo normale e grigie per quello post-apocalittico. Man mano che si va avanti, man mano che il confine tra le due realtà si farà sempre più sottile, le differenze saranno sempre meno marcate anche a livello cromatico. Di ottima fattura anche il costante flusso di breaking news che scandisce il ritmo del racconto pagina dopo pagina, un tocco di classe che sottolinea quanto sia stata maniacale e precisa la ricerca e la cura di ogni dettaglio.

Quindi: Un fumetto bello e graficamente eccelso. Una storia con tutti gli elementi al posto giusto, capace di ammaliare e far riflettere. Un finale forse un po’ troppo sbrigativo rovina quanto di bello costruito in tutto il resto dell’opera.

Più: Stile grafico e tavole di altissimo livello. Scelte cromatiche e attenzione ai dettagli di prim’ordine. Molteplici chiavi di lettura
Meno: Finale non all’altezza della bellezza di ciò che lo ha preceduto.

Voto: 8