Moonrise Kingdom (2012)

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moonrise-posterChi: Ultimo film di Wes Anderson, regista e sceneggiatore famoso per “I Tenenbaum” del 2002 e per un bel pugno di film indipendenti apprezzati da pubblico e critica. Cast stellare che annovera, tra gli altri, Bruce Willis, Edward Norton e Bill Murray in ruoli originali e del tutto atipici. Ho volutamente omesso l’obbrobrioso sottotitolo italiano al film.

Cosa: La pellicola si pregia di un’estetica originale e perfettamente riconoscibile: colori vivi e accesi che esaltano location nelle quali la macchina da presa si muove con agilità e ci regala ottime inquadrature e trovate sceniche spesso geniali, accompagnate da una colonna sonora che diventa parte integrante di ogni scena. A conti fatti la trama è il semplice incontro “amoroso” di due piccoli ragazzini problematici che fuggono dalle loro gabbie esistenziali per rinascere a nuova vita insieme. Saranno gli adulti a contrastare questo sogno e a impedire a tutti i costi una relazione ai loro occhi troppo prematura. L’approccio con il quale Anderson ha deciso di narrare una favola relativamente semplice è originale ed azzeccato: i dialoghi sono puntuali e brillanti, le gag squisitamente comiche fanno sorridere, il film diverte e commuove. Il “parco attori” fa della fanciullezza il suo marchio di fabbrica, e a spuntarla su tutta la linea non sono i nomi altisonanti, ma i due piccoli protagonisti e gli altri piccoli attori, in un capovolgimento logico che è il vero punto di forza della pellicola. I ragazzi hanno modi di fare e si comportano come adulti, gli adulti sono degradati a semplici comprimari di ben poca maturità. Nonostante questo tutti i piccoli protagonisti mantengono intatta la loro purezza, che brilla nonostante serissimi tormenti interiori ed un mondo di adulti deformati e di regole impossibili da seguire.

Quindi: Una pellicola dal tocco magicamente leggero per riflettere sul contrasto sempre più labile tra il mondo dei bambini e quello degli adulti. Eccelso a livello estetico, nella sua totale originalità potrebbe però non essere completamente apprezzato.

Più: Idea di fondo magnifica; visivamente sublime.
Meno: Tolti gli elementi di contorno la storia ne risulta un po’ povera e sin troppo semplice.

Voto: 7.5

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House of cards – Stagione 1

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Kevin-Spacey-in-House-of-CardsChi: Il primo prodotto originale di Netflix, un servizio americano di streaming a pagamento pronto a rivoluzionare le regole di fruizione dei prodotti televisivi in tutto il mondo. La serie è stata resa completamente disponibile agli abbonati lo scorso 1 febbraio, dando agli spettatori la possibilità di poterne usufruire a piacimento e con la massima libertà. Niente più visione a cadenza settimanale per un servizio che si pone come diretto concorrente dei più importanti canali via cavo statunitensi, non solo per la possibilità di abbonarsi ed avere a disposizione un grande numero di contenuti in streaming e a noleggio, ma soprattutto per la produzione di contenuti originali e di qualità. House of cards sarà probabilmente solo il primo di una lunga serie. Sviluppata e scritta da Beau Willimon, trae ispirazione da un’omonima serie televisiva inglese del 1990 e da un romanzo di Michael Dobbs. Kevin Spacey è protagonista e produttore esecutivo, David Fincher ha diretto i primi due episodi.

Cosa: Frank Underwood (Spacey) è uno spietato politico statunitense che ha attivamente collaborato con il Partito Democratico per l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti. Quando non gli viene però garantita la carica di segretario di stato che gli era stata inizialmente promessa comincerà un gioco di vendetta e potere che vedrà il protagonista fare il possibile per vendicarsi (politicamente) di chi non ha mantenuto la parola data. La partita è tutta giocata su sotterfugi e fini espedienti di potere, in un mondo economico e sociale pervaso dalla corruzione e dall’arrivismo. La narrazione è suddivisa in almeno tre filoni principali. Durante il primo Underwood gestirà personalmente la nascita di una nuova legge sull’istruzione, nel secondo curerà personalmente la candidatura di Peter Russo a nuovo governatore della Pennsylvania, e infine sfrutterà eventi funesti e gravissimi per essere eletto nuovo vicepresidente degli Stati Uniti. Ma ridurre il plot di House of Cards a questi tre piccoli macrotemi risulta riduttivo quanto fallace. La trama del serial è infatti multistratificata e parecchio complessa. Soprattutto inizialmente risulterà molto difficile entrare nel complesso meccanismo della macchina politica a stelle e strisce, dei suoi nomi, delle sue cariche e del suo modo di operare diverso rispetto a quello europeo o italiano. Superato questo scoglio verranno fuori tutte quelle che sono le grandi qualità della serie. Tra colpi di scena ed eventi inaspettati entreremo in empatia con il protagonista e tutto il mondo che egli stesso utilizza e gestisce a suo piacimento. Il personaggio magistralmente interpretato da Spacey è un uomo senza scrupoli, un vecchio politicante capace di qualsiasi cosa pur di ottenere i suoi scopi. Utilizzerà tutte le pedine a sua disposizione e gestirà sottobanco ogni mossa sullo scacchiere presidenziale. Emblematica, in questo senso, è la triste fine di Russo, uomo tormentato e dal passato difficile, prima rilanciato e poi affossato di nuovo sino ad un terribile suicidio simulato dallo stesso Underwood. Colpi di scena ed eventi imprevedibili come questo renderanno il ritmo della narrazione via via sempre più teso e serrato. Grande rilevanza hanno poi i protagonisti. Godono di ottima caratterizzazione tutte le figure femminili, dalla moglie di Underwood, vera sorpresa della serie, alla giornalista Zoe Barnes, prima amante in carriera di Underwood e poi donna tormentata e pronta a smascherare le macchinazioni del politico. I 13 episodi ci mostrano una società costruita sulla menzogna e sul denaro, sul potere economico e sulle lobby, su persone che se non si comportano come squali affogano nello stesso mare di denaro con il quale si sono arricchiti e sporcati. Visivamente il prodotto è cupo e freddo, in pieno stile Fincher, con buoni colpi registici e uno sviluppo di temi e sceneggiatura dal gusto classico. Piccoli colpi di originalità sono gli sms che si scambiano i protagonisti mostrati in tempo reale sullo schermo e il filo diretto che intercorre tra Spacey e il pubblico. Underwood, infatti, si rivolge spesso direttamente allo spettatore e guardando dritto in camera spiega i suoi pensieri, il suo modo di fare, le sue macchinazioni e i suoi piani. Intorno tutto si ferma: c’è lui e ci siamo noi, in un gioco che crea empatia e ci permette di scavare dentro la mente perversa di un uomo altrimenti imperscrutabile.

Quindi: Tante le tematiche affrontate e snocciolate nei modi più disparati, ancora di più i simboli più o meno velati sparsi qua e la lungo il percorso. Straordinaria la caratterizzazione dei protagonisti, buona – anche se a volte eccessivamente complessa e articolata – la trama. House of cards è un ottimo prodotto che non brilla per originalità ma spicca per una trama ben strutturata e ancora tutta da sviluppare. I prossimi 13 episodi (probabilmente gli ultimi) verranno nuovamente resi disponibili in un blocco unitario a febbraio del prossimo anno.

Più: Qualitativamente elevato; Grande interpretazione di Kevin Spacey; Netflix potrebbe seriamente stravolgere il mondo televisivo nei prossimi anni.
Meno: A volte eccessivamente complesso; La storia viene praticamente spezzata a metà, verrà sviluppata nella sua totalità solo con i prossimi 13 episodi.

Voto: 8

Matt Kindt – Revolver (2010)

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revolver-hc-682x1024Chi: Matt Kindt, fumettista americano poco conosciuto in Italia, con una solida carriera alle spalle iniziata nel 2001 e che lo ha visto vincere numerosi premi e collaborare col profeta Alan Moore. Un attento e moderno osservatore della realtà.

Cosa: Revolver racconta la storia di un uomo frustrato e depresso, vittima della sua lugubre vita e di un lavoro e una ragazza che non lo hanno mai soddisfatto. Tutto cambia radicalmente quando Sam si ritrova catapultato in una realtà dove tutto sembra essersi capovolto, un mondo vittima di un’epidemia di aviaria che ha sterminato gran parte della popolazione; colpi di stato e attacchi terroristici che hanno distrutto il normale ordine sociale; morte e distruzione ovunque. Quello nel nuovo mondo è un Sam diverso, più sicuro di se, a volte violento, fautore e non più semplice spettatore della sua esistenza. Ogni notte, alle 11:11, il protagonista si risveglia catapultato nell’altro mondo, salvo poi risvegliarsi tutte le mattine intrappolato nella sua vecchia e insulsa vita. Il libro di Kindt si dipana nel risolvere questo apparentemente inspiegabile mistero e lo fa con una sapiente e costante alternanza tra due realtà tanto diverse quanto strettamente collegate. Il tutto grazie ad un sapiente uso degli elementi a disposizione, ad una costruzione ed evoluzione ben caratterizzata del protagonista e ad una storia che si fa sempre più complessa e misteriosa. Numerose le chiavi di lettura di un’opera che vuole descrivere la miserabile condizione della vita umana e tutte le vacuità che imperversano l’animo più profondo della nostra società. Importantissimo, in questo senso, è lo stile grafico dell’opera: il disegno di Kindt è deciso e vario, sa cambiare a seconda delle esigenze della vicenda che racconta, con un tratto stilistico che rappresenta il vero valore aggiunto del tutto. I due mondi sono caratterizzati da un uso del colore diverso, con tonalità blu per il mondo normale e grigie per quello post-apocalittico. Man mano che si va avanti, man mano che il confine tra le due realtà si farà sempre più sottile, le differenze saranno sempre meno marcate anche a livello cromatico. Di ottima fattura anche il costante flusso di breaking news che scandisce il ritmo del racconto pagina dopo pagina, un tocco di classe che sottolinea quanto sia stata maniacale e precisa la ricerca e la cura di ogni dettaglio.

Quindi: Un fumetto bello e graficamente eccelso. Una storia con tutti gli elementi al posto giusto, capace di ammaliare e far riflettere. Un finale forse un po’ troppo sbrigativo rovina quanto di bello costruito in tutto il resto dell’opera.

Più: Stile grafico e tavole di altissimo livello. Scelte cromatiche e attenzione ai dettagli di prim’ordine. Molteplici chiavi di lettura
Meno: Finale non all’altezza della bellezza di ciò che lo ha preceduto.

Voto: 8

I Soprano (1999 – 2007)

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1337696728718I_SopranoChi: La serie televisiva che ha influenzato tutti i prodotti seriali statunitensi degli anni 2000. Un successo incredibile replicato in gran parte del mondo (tranne qui in Italia. Grazie Mediaset!) per un prodotto entrato di diritto nell’immaginario filmico sulla malavita organizzata. Il geniale creatore, David Chase, è riuscito a coltivare una generazione di sceneggiatori talentuosi e originali, tra tutti Terence Winter (Boardwalk Empire) e Matthew Weiner (Mad Men).

Cosa: Le avventure mirabolanti della famiglia Soprano e delle turbe psicologiche del capofamiglia Tony. Tra famiglie in continua lotta tra loro e vicissitudini personali più o meno importanti, il serial ha voluto indagare da vicino gli aspetti più controversi della società statunitense, le sue storture e l’inserimento ancora difficile degli immigrati italiani nel tessuto sociale a stelle e strisce. Merito di Chase è stato creare un prodotto atipico per la televisione dei tempi, con una trama straniante e ad ampio raggio, colma di sottotrame e di elementi ricorrenti sempre riconoscibili. Le morti celebri e brutali, i sogni allucinati del protagonista, le sedute di psicoterapia, gli ospedali, i funerali, il senso di morte continuamente presente, gli animali, le visioni oniriche, il sesso, il matrimonio, il tradimento, il cibo, il cinema. Il tutto incastonato perfettamente in una storia coerente e dalla forte tensione drammatica. La vera forza degli autori è stata quella di giocare col concetto stesso di serialità: poca trama orizzontale, episodi dal sapore sempre diverso interessati più alle vicende personali dei protagonisti che all’azione vera e propria. Sviluppi basati più sulla crescita (e decrescita) psicologica e caratteriale dei protagonisti che sugli eventi stessi. Anzi, spesso gli avvenimenti importanti sono solo il pretesto per dare il là a nuove sfaccettature nella psiche dei protagonisti. Il personaggio di Tony Soprano (superbo James Gandolfini) è probabilmente quello caratterialmente più completo (e complesso) nella storia della televisione, potrebbe essere studiato nei principali manuali di psicologia per la sua complessità e profondità. Un prodotto che per essere meglio goduto va visto con calma, la stessa con cui sceneggiatori e staff hanno costruito puntate memorabili, piccoli film perfettamente incastonati in un progetto ambizioso per contenuti, qualità della recitazione e scelte artistiche. Il tutto concluso da un finale capolavoro che condensa in sé tutti gli elementi tipici della serie.

Quindi: Chi considera importante il contributo artistico dato dalle serie tv americane deve aver visto, almeno una volta, I Soprano. Una serie da guardare con impegno e dedizione, da assaporare lentamente, come una tazza di tè caldo dai sapori sempre nuovi ma col tempo riconoscibili. Un capolavoro che ha cambiato per sempre il mondo della televisione, avvicinandolo a quello cinematografico per qualità di contenuti, bravura degli attori e resa visiva.

Più: I personaggi e la loro profondità; la qualità generale del sotto ogni aspetto; il finale
Meno: La lentezza, a volte eccessiva; la sua atipicità che ne limita fortemente l’accessibilità

Voto: 9