Romanzo Criminale (2008-2010)

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romanzo-criminale-0Chi: Prodotta da Sky e ideata da Stefano Sollima è sostanzialmente la seconda trasposizione del romanzo di Giancarlo de Cataldo, quello che racconta – in bilico tra fiction e verità – la storia della Banda della Magliana, organizzazione criminale che tenne sotto scacco Roma per quasi 15 anni.

Cosa: Inutile girarci intorno. Una delle poche serie tv italiane che merita il paragone con gli analoghi prodotti anglofoni. Un gioiello per bellezza e realizzazione, lontano anni luce da tutte le altre fiction del nostro Paese, sia per storia raccontata che per qualità generale e tecnica. Attori ai tempi sconosciuti e una storia che snocciola il romanzo d’origine e trae palese spunto dalla trasposizione cinematografica di Michele Placido, approfondendone esponenzialmente tutti gli elementi caratteristici. Dodici episodi il primo anno, dieci il secondo per un racconto di vita – e criminalità – violento e cattivo, che trabocca di humor nero e italianità, di personaggi tormentati ed efficacemente caratterizzati, di scorci di storia mai del tutto dimenticati. Un documento che prova a raccontare 20 anni del nostro Paese, tracciando teorie e conclusioni significative e parecchio inquietanti. Una storia corale, magistralmente divisa in due tronconi: la prima stagione ci racconta il passato dei membri e l’ascesa inesorabile della Banda nel controllo quasi totale di tutti i traffici illeciti della città sino al vero punto di non ritorno, nonché uno dei massimi punti esclamativi della serie, la morte del Libanese; la seconda stagione alza il tiro e incupisce toni e rapporti tra i protagonisti, raccontando la fine di un’epoca e il decadimento inesorabile dell’organizzazione con un finale che, magistralmente ricollegato alla prima puntata, conclude le vicende della Banda ma ci racconta di un’Italia perennemente in crisi e in progressivo ed inesorabile decadimento.

Quindi: Ad oggi l’apice qualitativo assoluto di tutta la serialità italiana. A confronto ogni altro prodotto analogo Rai e Mediaset è una buffonata di proporzioni epiche. Da vedere assolutamente: chi ha apprezzato la pellicola si godrà una storia che, grazie ai tempi dilatati del medium televisivo, sarà molto più approfondita e meglio costruita; i detrattori avranno modo di analizzare con calma tutti quegli elementi che al cinema non potevano essere mostrati con la dovuta calma.

Più: Attori sconosciuti ma incredibilmente bravi; una vicenda logicamente romanzata ma con molti e importanti elementi della nostra storia; tecnicamente eccelso e con una ricostruzione storica perfettamente curata; dialoghi perfetti e ritmo incalzante;
Meno: Storia violenta che non tutti potrebbero apprezzare

Voto: 8.5

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Hola la Poyana – A Tiny Collection Of Songs About Problems Relating To The Opposite Sex

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a3745544538_10Chi: La one-man band – o progetto musicale che dir si voglia – di Raffaele Badas, ragazzo sardo di Cagliari al secondo disco dopo un LP autoprodotto nel 2012.

Cosa: Nove canzoni di breve durata per un lavoro tutto voce e chitarra. Qualche piccolo inserto musicale di archi, tamburi e ukulele a fare da tappeto sonoro ad una formula musicale tipica di chi fa tutto da solo ed è pienamente convinto delle sue capacità. La voce è bella e profonda, il ritmo rilassante ma non troppo monotono, le canzoni tutte abbastanza godibili. L’album deve tanto a progetti analoghi (su tutti, con le dovute differenze del caso, mi viene in mente Bon Iver) e non si discosta molto da quanto proposto in svariate salse da chi si diletta in canzoni fatte solo di voce e chitarra acustica. L’artista ci mette impegno, ma il senso di già sentito è purtroppo tanto, seppur non manchi quel pizzico di personalità e qualche guizzo importante. Il disco riesce comunque a venir fuori in tutta la sua compiutezza solo dopo svariati ascolti, ma il senso di dejà-vu è purtroppo presente anche sulla lunga distanza.

Quindi: Un disco carino, ma non eccelso. Belle canzoni, ottima personalità, ben poca originalità.

Più: As time goes by; Rilassante, ma ben ritmato
Meno: Troppo simile a progetti analoghi

Voto: 6.5

Il discorso del re (2010)

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12815Chi: Diretto da Tom Hooper, con Colin Firth e Geoffrey Rush come protagonisti. Vincitore di 4 statuette ai Premi Oscar del 2011: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior sceneggiatura originale.

Cosa: Una commedia che racconta l’ascesa al trono di Giorgio VI in un periodo molto difficile nella storia inglese, l’entrata in guerra contro la Germania nel 1939. Non aspettatevi però il solito film autobiografico e stucchevolmente patriottico; questi elementi sono si presenti, ma vengono rappresentati sotto una luce inedita e parecchio brillante. Il futuro sovrano è affetto da un terribile problema di balbuzie che sostanzialmente non gli permette di tenere alcun tipo di discorso in pubblico. Problema non di poco conto se vuoi fare il sovrano e hai bisogno di comunicare alla tua gente. Seguiremo così le lezioni del futuro re con un eccentrico logopedista / terapeuta, interpretato da un originale e sopra le righe Rush. La pellicola sarà un continuo scavare tra le vite dei due protagonisti e nella psiche, nel passato e nei tormenti del futuro re. Vedremo la costruzione di un rapporto che, tra alti e bassi, diventerà una vera e propria amicizia. Questa imperfetta alchimia è il vero motore della pellicola grazie ad un incessante turbinio di terapie, confessioni e litigi. Sullo sfondo una guerra che incombe, un mondo che cambia, una corte chiusa in se stessa e dai modi antiquati, ma che inizia finalmente ad aprirsi al mondo e al popolo grazie all’avvento della radio. Il regista si prende le sue libertà, ma il valore storico del film è innegabile.

Quindi: Un bel documento storico, non perfetto ma divertente e godibile. Penalizzato eccessivamente da un doppiaggio italiano che purtroppo non permette di cogliere appieno la moltitudine di riferimenti linguistici presenti.

Più: Un bel documento storico; grande prova dei due attori protagonisti; non annoia mai
Meno: Doppiaggio italiano non all’altezza

Voto: 7

Si può fare (2008)

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38977Chi: Un film in bilico tra dramma e commedia per raccontare quel periodo storico in cui chiudevano i manicomi e nascevano le prime cooperative per persone con disturbi mentali. Diretto da Giulio Manfredonia (regista e sceneggiatore della maggior parte dei film di Albanese, compresi quelli con protagonista il suo Cetto La Qualunque) e con una delle più belle prove del buon Claudio Bisio.

Cosa: La pellicola racconta la storia di un uomo e della sua voglia di dare la giusta svolta alla vita di un gruppo di persone nella loro riabilitazione dopo le prime conseguenze della nota Legge Basaglia. Stringerà con loro un forte e duraturo rapporto e li porterà a mettere in campo tutta la loro creatività nel nuovo lavoro di posatori di parquet. Il tutto grazie ad una buona dose di umanità e ad un pizzico di quella follia insita in ognuno di noi e non solo in chi è malato. Manfredonia racconta con apparente leggerezza un importante periodo storico del nostro Paese e lo fa regalandoci una storia fittizia ispirata alle tante realtà analoghe sviluppatesi in quegli anni. Un grande Bisio circondato da un colorito affresco di umanità diverse, macchiette leggermente stereotipate ma funzionali ad un racconto che dice la sua e lo fa molto bene, divertendo e facendo riflettere. Anche le parti più drammatiche sono comunque perfettamente inserite una trama a volte fantasiosa ma mai fuori luogo. Non un capolavoro ma un’ora e mezza piacevolmente godibile.

Quindi: Tra dramma e commedia una storia che con fantasia e qualche luogo comune riesce a far ridere, pensare e forse commuovere. Da vedere: per un’ora e mezza di leggerezza pensata.

Più: Superbo Claudio Bisio; Ripensare a certi periodi storici non fa mai male; Si ride su un tema serio e anche questo non è mai un male.
Meno: Alcuni interpreti non proprio all’altezza; Qualche stereotipo di troppo.

Voto: 7

Matt Kindt – Revolver (2010)

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revolver-hc-682x1024Chi: Matt Kindt, fumettista americano poco conosciuto in Italia, con una solida carriera alle spalle iniziata nel 2001 e che lo ha visto vincere numerosi premi e collaborare col profeta Alan Moore. Un attento e moderno osservatore della realtà.

Cosa: Revolver racconta la storia di un uomo frustrato e depresso, vittima della sua lugubre vita e di un lavoro e una ragazza che non lo hanno mai soddisfatto. Tutto cambia radicalmente quando Sam si ritrova catapultato in una realtà dove tutto sembra essersi capovolto, un mondo vittima di un’epidemia di aviaria che ha sterminato gran parte della popolazione; colpi di stato e attacchi terroristici che hanno distrutto il normale ordine sociale; morte e distruzione ovunque. Quello nel nuovo mondo è un Sam diverso, più sicuro di se, a volte violento, fautore e non più semplice spettatore della sua esistenza. Ogni notte, alle 11:11, il protagonista si risveglia catapultato nell’altro mondo, salvo poi risvegliarsi tutte le mattine intrappolato nella sua vecchia e insulsa vita. Il libro di Kindt si dipana nel risolvere questo apparentemente inspiegabile mistero e lo fa con una sapiente e costante alternanza tra due realtà tanto diverse quanto strettamente collegate. Il tutto grazie ad un sapiente uso degli elementi a disposizione, ad una costruzione ed evoluzione ben caratterizzata del protagonista e ad una storia che si fa sempre più complessa e misteriosa. Numerose le chiavi di lettura di un’opera che vuole descrivere la miserabile condizione della vita umana e tutte le vacuità che imperversano l’animo più profondo della nostra società. Importantissimo, in questo senso, è lo stile grafico dell’opera: il disegno di Kindt è deciso e vario, sa cambiare a seconda delle esigenze della vicenda che racconta, con un tratto stilistico che rappresenta il vero valore aggiunto del tutto. I due mondi sono caratterizzati da un uso del colore diverso, con tonalità blu per il mondo normale e grigie per quello post-apocalittico. Man mano che si va avanti, man mano che il confine tra le due realtà si farà sempre più sottile, le differenze saranno sempre meno marcate anche a livello cromatico. Di ottima fattura anche il costante flusso di breaking news che scandisce il ritmo del racconto pagina dopo pagina, un tocco di classe che sottolinea quanto sia stata maniacale e precisa la ricerca e la cura di ogni dettaglio.

Quindi: Un fumetto bello e graficamente eccelso. Una storia con tutti gli elementi al posto giusto, capace di ammaliare e far riflettere. Un finale forse un po’ troppo sbrigativo rovina quanto di bello costruito in tutto il resto dell’opera.

Più: Stile grafico e tavole di altissimo livello. Scelte cromatiche e attenzione ai dettagli di prim’ordine. Molteplici chiavi di lettura
Meno: Finale non all’altezza della bellezza di ciò che lo ha preceduto.

Voto: 8

Soviet Soviet – Fate

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Pizzadigitale-Soviet-SovietChi: Un trio pesarese al suo vero e proprio esordio discografico, dopo LP vari e una lunga serie di concerti che li ha consacrati come band indie tra le più apprezzate in terra straniera. Non a caso il disco è pubblicato dalla label americana Felte.

Cosa: Chiudete gli occhi e immaginatevi negli anni 80, quando i Cure davano alle stampe Pornography, i Joy Division avevano già fatto la storia, i Diaframma esordivano con Siberia e i Litfiba erano il nome di punta della new-wave italiana. Il sound di Fate pesca a piene mani dalla musica oscura di quegli anni: un post-punk dalla sezione ritmica muscolare, con chitarre disturbanti a fare da contorno e accrescere la potenza. Basso e batteria sono potenti e impetuosi, dettano l’incedere sempre costante dei brani, non lasciano mai un attimo di respiro, come in una marcia inarrestabile e funerea. Il cantato ricorda vagamente quello di Molko dei Placebo, ma a spiccare è soprattutto un’identità sonora delineata e quadrata, sicura della sua semplicità e delle atmosfere che è capace di creare. Una musica potente, precisa e “sveglia”, che non brilla per varietà ma è capace di regalare atmosfere cupe e oscure che sembravano essersi perse con il tempo, e che sono invece magicamente tornate dopo anni di oblio.

Quindi: Un disco che fa del suono e delle atmosfere la sua arma vincente. Potenti, sicuri, decisi, a volte monotoni, ma con tutte le carte in regola per riscrivere la storia di un genere tanto nobile quanto troppo spesso dimenticato

Più: 1990, Introspective trip; Un suono potente e granitico, dalle atmosfere perfette; Parti strumentali da capogiro.
Meno: Manca un po’ di varietà.

Voto: 7.5

Piero Pelù – Identikit

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piero-pelu-identikitChi: Il redivivo Piero Pelù solista, tornato a cantar da solo in seguito alla pausa biennale dei suoi riformati Litfiba. A scanso di equivoci tengo a specificare quanto io sia musicalmente e affettivamente legato ai Litfiba, al personaggio, alla sua musica e (in parte) alla sua carriera solista.

Cosa: Identikit è una raccolta che riassume tutti i brani più rappresentativi della carriera solistica del cantante fiorentino. Quale sia l’utilità di un’operazione del genere dopo una reunion di successo ed un ritorno di popolarità e qualità così marcato è un mistero difficile da risolvere. Due mediocri brani inediti (Mille uragani e Sto rock) e due riarrangiamenti del passato non possono certo giustificare il secondo greatest hits del Pelù in 10 anni scarsi di carriera. Intendiamoci, il lotto di brani proposti non è da buttar via e le nuove versioni di Bomba Boomerang e Toro Loco sono cariche al punto giusto. A mancare è l’anima stessa del progetto, un disco buttato li tanto per e descritto come ideale conclusione della “trilogia della comunicazione” iniziata con In faccia del 2006. Tornare in questo modo dopo il bellissimo Reunion tour litfibiano di quest’anno è un autogol bello, buono e inutile. Non sarebbe stato più onesto pubblicare il nuovo materiale semplicemente online?

Quindi: Una raccolta di brani del passato e niente di più. Niente di nuovo, purtroppo, per il Piero solista.

Più: I brani in scaletta sono tutti buoni, alcuni veramente belli; Carine le nuove versioni.
Meno: Un progetto senz’anima; Il solito e inutile greatest hits; i due inediti lasciano molto a desiderare.

Voto: 5